NoiMondoTV

La webTV che parla la tua lingua

progetto cofinanziato da
Unione Europea Ministero dell'Interno
Fondo europeo per l’integrazione di cittadini di paesi terzi
facebook
twitter
YouTube

UN GIORNO A PREZETI

REPORTAGE : GEORGIA 28 luglio 2014
IMG_1017 - Copia

REPORTAGE

a cura di Matthias Canapini

Viaggio in Georgia, da Tbilisi agli IDP camps, i campi profughi situati nelle periferie, per toccare con mano la situazione interna del paese e ricordare, a distanza di sei anni, il terribile conflitto russo-georgiano: 1.700 vittime civili e 30.000 profughi.

È quasi ora di pranzo. Dopo circa 26 ore il pullman partito da Istanbul, borbottando, giunge sul confine turco-georgiano, scaricandoci di fronte alla dogana. Allungo i documenti attraverso il pallido vetro del botteghino. Rapide domande, timbro sul passaporto e via, lungo la strada per Tbilisi. Superata la città portuale di Batumi, ampie vallate verdi ti prendono per mano, accompagnandoti fino alle porte della capitale. Piove. C’è una mucca in mezzo alla strada, non dà segno di muoversi e considerando la chiazza asciutta sotto la sua pancia, è li da un bel po’, prima ancora che il temporale iniziasse. Non è un problema. Autobus, taxi, pulmini e macchine la evitano in uno strombazzare ritmico e vivace.

Già dalla scorsa estate ho iniziato a viaggiare in Georgia per cercare di capire l’attuale situazione interna del paese, ma anche per ripercorrere, attraverso le semplici testimonianze dei cittadini, la storia del conflitto esploso nella notte tra il 7 e l’8 agosto 2008. Un conflitto durato cinque giorni, ma in grado di mietere circa 1700 vittime tra i civili e renderne profughi altri 30.000. Profughi e sfollati che (perlomeno quelli da me incontrati) oggi vivono in gran parte all’interno degli IDP camps (internally displaced people) … piccoli o medi quartieri situati nella periferia di Tbilisi, a circa 20-30 km di distanza dalla città. Un conflitto che ha visto scontrarsi l’esercito georgiano contro quello russo, all’interno dell’Ossezia del Sud, regione che attualmente, insieme all’ Abkhazia, colpisce forse per il suo assetto politico-culturale: regioni autonome sotto il controllo della Russia, ma situate in territorio georgiano. Ricostruire le dinamiche del conflitto non è semplice, ciascuna delle parti in causa accusa l’altra di aver ripreso le ostilità dopo il “cessate il fuoco” stipulato nel 1992.  Ma come mi è capitato già in passato, ascoltare, riflettere, scrivere e toccare con mano le storie, può essere un buon rimedio per capire, almeno in parte, realtà lontane e diverse dalle nostre, ripercorrendone lentamente le tracce.

Nel pomeriggio ho appuntamento con Anuka, una ragazza che lavora per conto dell’ambasciata statunitense all’interno di una libreria mobile. Lei ed il suo team visitano costantemente i vari IDP camps in prossimità di Tbilisi insegnando l’inglese ad adulti e bambini. Per non arrivare tardi raggiungo la stazione dei minibus, una piazza caotica dove venditori ambulanti, contadini, militari e cittadini si amalgamano in un turbine di polvere e ortaggi. Salgo su un marshrutka, i celebri pulmini a 10 posti che all’occorrenza arrivano a tenere anche 5-6 persone in più, come dimostrano dei piccoli sedili smontabili posti a fianco del mio. Si parte con difficoltà. Il volante e parte del cruscotto è tappezzato da una miriade di cartoncini raffiguranti le facce dei santini più amati. Il minibus si tuffa con coraggio in mezzo al traffico cittadino, come se all’improvviso si animasse di vita propria! Man mano che le persone salgono, lo spazio si riduce e l’atmosfera diventa tipica, lasciandosi alle spalle orde di turisti curiosi. Ortaggi, frutta, imprecazioni e segni della croce sono all’ordine del giorno, anche se non ho ancora bene capito se il gesto religioso sia da attribuire alla paura di schiantarsi, o semplicemente ad un preghiera silenziosa tra se e sé. Sta di fatto che dopo una ventina di km raggiungo finalmente Tserovani, uno dei tanti IDP situato in periferia. Stringo la mano ad Anuka, la quale, sorridendo con gusto, mi porta a visitare le polverose vie del quartiere.

“All’interno di questo campo risiedono circa 7.000 persone e sono presenti 2.000 case. Sono scappati quasi tutti da Akhalgori, un piccolo paese a pochi km dal confine osseto – georgiano, durante i giorni della guerra. Qui stanno abbastanza bene, almeno un membro della famiglia lavora quindi un salario mensile è assicurato, mentre a Prezeti, il campo che visiteremo domani … beh, è un’altra storia” esordisce Anuka in un inglese perfetto, diligentemente studiato negli USA qualche anno fa. “I programmi umanitari dopo la fine del conflitto hanno portato non pochi cambiamenti, e con loro anche una modesta stabilità economica. Ora all’interno del campo puoi notare numerosi negozi, barbieri e parrucchieri che svolgono il loro lavoro e nel corso di questi ultimi anni è stata inaugurata una scuola ed ogni nucleo famigliare possiede un piccolo orto per il sostentamento personale” – continua Anuka godendosi la visita ed il suo ruolo da guida. Chiedo di poter fare qualche intervista se possibile, e così, entrando in un negozio, conosciamo Tsitso, una bella signora arzilla sui 65 anni che, sorridendo mi rilascia la sua testimonianza. “I giorni della guerra e della fuga sono stati un disastro, era molto stressante per tutti noi che stavamo abbandonando le nostre case, la nostra terra … avevamo paura. Personalmente non ho bambini e pensavo a me stessa, ma vedevo tante mamme con due bambini o famiglie divise, e questo penso sia un grosso trauma per tutti. Viviamo qui, dentro questo campo, dal 14 dicembre 2008. Non è il massimo ma almeno abbiamo l’acqua, la luce elettrica ed il gas … e questo è abbastanza”. Ringraziamo Tsitso e ci rituffiamo sotto il caldo cocente che caratterizza queste giornate, aspettando le 18.00 per riprendere un minibus e tornare insieme verso Tbilisi, immersi entrambi nei propri pensieri.

Il giorno  seguente adottiamo la stessa procedura del giorno prima. Piazzetta dei minibus, polvere, ortaggi, folklore! L’unico cambiamento è che questa volta mi accompagna Thoma, un bel ragazzo della mia stessa età. La storia di Thoma è davvero particolare, lunga e intrigante, e come mi riferisce lui stesso solitamente non bastano due pagine o due minuti di registrazione per capirla a pieno. Il viaggio verso il successivo campo (Prezeti IDP) è più lungo del precedente, ed il minibus ancora più lento. Dobbiamo percorrere circa 25 km fuori Tbilisi, svoltare in una stradina sterrata e arrampicarci per 15 minuti buoni lungo una serie di tornanti fangosi. A tratti il minibus borbotta e rallenta così tanto che procediamo quasi a passo d’uomo, ma la tranquillità in certi posti è di casa, così mi lascio cullare in un misto di ammirazione e nostalgia. Ne approfitto per parlare un po’ con Thoma, che balza da un argomento all’altro con incredibile capacità culturale. “Sono scappato da Akhalgori quando le truppe russe sono entrate in città. Fortunatamente non c’è stato spargimento di sangue nè bombardamenti,  ma erano giorni davvero difficili. Ci arrivavano brutte notizie da Tskhinvali dove erano in corso rastrellamenti, omicidi e sparatorie. Mio padre è stato ricercato per lungo tempo … lavorava come poliziotto durante la guerra civile nel 1991 e quindi molti di loro pensavano che potesse avere informazioni utili sullo svolgimento del conflitto”. Chiedo a Thoma anche altre cose, non solo relative al suo passato, alla guerra, alla lontananza da casa, ma chiedo curioso che cosa pensa oggi del suo paese, della fede e dell’importanza che risiede in un ospite, considerato  sacro anche nelle zone più remote della Georgia. Dettagliatamente mi propone uno spaccato culturale incredibile, dove informazioni e curiosità trovano sfogo in continue domande.

Domande che verranno interrotte da un: “Welcome to Prezeti, Matthias”. Infatti sulla mia destra, man mano che ci avviciniamo all’agglomerato, spuntano bianche case, perse nell’ampia vallata che circonda Prezeti. Mi colpisce la grandezza e la maestosità del luogo, in confronto alle poche case che si ergono davanti a me. È mezzogiorno. Poche persone in girata, una donna che si ripara sotto un albero, un gruppo di bambini, la proprietaria di una piccola bottega … quel che basta per scambiare qualche parola, fare un paio di interviste, prendere appunti e raccontare la quotidianità di Prezeti. Tante storie che si intrecciano tra loro insieme ai ricordi personali, i dolori, le sensazioni, le aspettative e le difficoltà quotidiane. La mancanza di mezzi per raggiungere la città, la disoccupazione, la lontananza da qualsiasi centro abitato, l’alcolismo diffuso tra i ragazzi … senza tralasciare la mancanza dei documenti personali. Un ghetto. Ecco ciò che penso con Thoma al mio fianco. Strascichi di guerre passate e future che portano alla sofferenza e inadeguatezza di tante persone innocenti. Un ghetto non recintato ma comunque indissolubile. Un pugno di case perso in cima ad un altopiano.

I quattro bambini che incontriamo ci propongono di fare una passeggiata e ci raccontano della noia che caratterizza a volte le loro giornate e sognano scherzando una fresca piscina in cui buttarsi. Le ore passano veloci e prima di fare l’autostop per tornare a “casa”, abbiamo giusto il tempo per un’ultima intervista. Ci sediamo con due signore anziane dagli abiti tipici, in un moderno tavolino di plastica rossa, al riparo di un ampio tendone. “La nostra fede ci permette di vivere in ogni condizione, ma il terreno non va bene, i contadini qui non riescono a coltivare, non ci sono alberi … la cosa migliore è tornare a vivere in Akhalgori, anche se impossibile”.

Un altro giorno è passato, mi volto e fisso per un po’ quel pugno di case bianche, dove le persone, malgrado il dolore ed il ricordo nitido della guerra, sopravvivono con dignità e coraggio tra difficoltà e dubbi quotidiani. Un giorno a Prezeti.

Il reportage è stato scritto e inviato da Matthias Canapini venerdì 25 luglio. Matthias si occupa di reportages foto-giornalistici muovendosi come inviato di Noi Mondo TV, freelance e collaborando con ONG locali e internazionali. Ha finora viaggiato nei Balcani,Turchia e Caucaso per documentare svariate tematiche, dalle proteste in Bulgaria alle adozioni in Kosovo, dal ricordo del genocidio di Srebrenica alle linee ferroviarie in Albania. Durante i suoi ultimi viaggi è entrato due volte  in Siria per documentare le condizioni dei campi per sfollati siti a pochi km dal confine.      

Contatti: FB o canapini.matthias@gmail.com

 

 

FacebookTwitterEmail
condividi su:
Pubblicato da

Partners

Provincia PU
Comune di Fano
Caritas Diocesana
ass. Millevoci
CSV Marche
ass. MilleMondi
L'Africa Chiama
ass. NuovoOrizzonte
Apito
Comunità Montana
Logo Cremi

Iscriviti alla Newsletter