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TRENI, ROCCE ED AMPIE VALLATE

ARMENIA 30 luglio 2014
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REPORTAGE

a cura di Matthias Canapini

Il viaggio di Matthias prosegue. Dai campi profughi di Tbilisi il treno lo condurrà in Armenia: prossima tappa Yereven, città armena ricca di storie e di tradizioni.

Salendo le scale mobili della stazione ferroviaria di Tbilisi, noto una vecchia signora vestita con abiti tipici arrampicarsi  faticosamente su per le scale di cemento, facendosi beffa dei giovani presenti. Ha un naso brufoloso e lo sguardo stanco, e mi dà quasi l’impressione di non accettare la modernità  ben visibile che la circonda … continua imperterrita per la sua strada. Scendo le gradinate e mi avvio verso il binario dove mi aspetta il treno notturno Tbilisi – Yerevan. Lo staff sta fumando frettolosamente sul marciapiede. Un ragazzo tra i pochi presenti esamina con noncuranza il mio biglietto, mi indica distrattamente la carrozza e si rigira verso il gruppetto di controllori. Prendo posto nelle mia cuccetta, uno spazio ridotto caratterizzato da quattro brandine in legno grezzo poste a castello, qualche coperta ed un tavolino pieghevole d’acciaio. Saluto i miei nuovi compagni di viaggio, due signore francesi sui 60 anni, ed un grassoccio uomo armeno con un bel paio di spessi occhiali. Dopo poco, il treno scricchiola, borbotta, si ferma e infine schizza via con un colpo assordante e metallico … inizia a macinare km attraverso rocce, polvere ed ampie vallate che si perdono all’orizzonte.

È il mio secondo viaggio in Armenia, una terra che con i suoi costumi e le sue tradizioni è ancora in grado di regalare tracce autentiche di passato. Il paese, situato tra Russia, Asia, Medio Oriente ed Europa risente fortemente dell’influsso culturale dei paesi vicini, pur mantenendo un’identità compatta quasi invidiabile. L’Armenia (secondo le persone incontrate) si è sviluppata maggiormente attraverso l’architettura, la scultura, la religione ma anche attraverso la musica, caratterizzata dal suo strumento più tipico, il duduk. Simile ad un flauto, ma con un suono più struggente. La scorsa estate il proprietario di una piccola bottega vicina al centro di Yerevan, mi ha riferito che nel campo letterario assumono ancora grande importanza le fiabe, i proverbi ed i racconti popolari, tramandati di anno in anno da numerosi nuclei famigliari.

Nel pomeriggio incontro Sara, amica e giornalista freelance. Abita qui nella capitale con suo marito e due bambini piccoli. È un piacere rivederla. Le chiedo di raccontarmi ed approfondire insieme qualche tematica affrontata l’anno prima. Come ad esempio gli sviluppi o le retrocessioni del Nagorno Karabakh, una repubblica situata nel sud del paese autoproclamatosi indipendente dall’Azerbaijan. I confini sono stati definiti dopo il conflitto scoppiato nel 1992 ed ancora oggi, all’interno della repubblica, i contrasti sono ben accesi ed alcune regioni sono sotto il controllo delle autorità azere pur essendo rivendicate da quelle  armene. Sara mi informa anche che da circa 7-8 mesi sono in corso proteste mensili contro l’aumento dell’età pensionabile. Alla mia domanda se anche in altre città si registrano manifestazioni o scioperi, mi risponde quasi divertita che in Armenia si contano circa 3 milioni di persone, di cui 1.5 solo a Yerevan. Un dato di cui non avevo tenuto conto! Continuiamo a passeggiare, discutere e pianificare. Attraversiamo il parco centrale di Yerevan invaso da famiglie, spazzini e piccoli chioschi dove comprare economici gelati. L’aria è calda e vaporosa. Troviamo ristoro seduti su un muretto, all’ombra di una possente quercia.

Sara prosegue: “Oltre a ciò, l’Armenia rimane uno dei cinque paesi più minati al mondo e gli abitanti a confine con l’Azerbaijan cercano di minimizzare i rischi. Convivono con il rischio delle mine da circa 13 anni, subito dopo la fine del conflitto. L’agricoltura in molte aree  è impraticabile e spesso mancano cartelloni o avvisi pubblici. Sono morte 110 persone dal 1994 ad oggi ed altre 284 sono rimaste gravemente ferite” continua Sara con disinvoltura. “la croce rossa ha attuato un programma di prevenzione mine negli ultimi anni e fortunatamente ha portato i cittadini ad acquisire maggior consapevolezza, riducendo il numero delle vittime”. Si sta facendo tardi, ed anche la fame comincia a farsi sentire! Sara mi propone per il giorno seguente di mettermi in contatto con Anahit , amica e responsabile di un programma UNHCR per gli sfollati in fuga dal conflitto siriano. Accetto con sorpresa e meraviglia la proposta. La ringrazio, ci salutiamo frettolosamente all’incrocio di due vie affollate augurandoci l’un l’altro buona fortuna. Scompare di lì a poco, inghiottita da tassisti, fornai e studenti.

Il giorno seguente mi sveglio di buonora, esco dal dormitorio dell’ostello, mangio un uovo sodo e riordino gli appunti presi finora. Quante storie! A volte mi scorrono nelle mente come un film muto in bianco e nero! Poco prima di pranzo mi incontro con una volontaria dell’organizzazione UNHCR, Arshaluys, la quale mi aspetta (forse un po’ spazientita) davanti al Congress Hotel. Un mio timido “sorry” però, la farà sorridere, e questo mi basterà.

Ci avviamo verso casa di Raffi Rshtuni, un signore armeno-siriano che abita insieme alla moglie Yolanda e due figli in un vecchio condominio grigio e scrostato, costruito vicino al parco pubblico di Yerevan. Ci presentiamo e in uno stentato inglese misto ad un dialetto armeno, mi fanno cenno di accomodarmi nel salotto. I figli purtroppo non sono presenti, ma la moglie, gentilissima, nell’arco di 2 minuti bandisce un piccolo tavolino con falafel e piccoli dolcetti di marzapane, accompagnati da un bel bicchiere fresco di spremuta. Rimango di sasso! Falafel !!! Urlo quasi di gioia. Dopo giorni interi passati a mangiare tonno e fagioli in scatola non mi è parso vero! Comunque, ricomponendomi dalla sorpresa culinaria, diamo il via all’intervista. “Siamo tornati in Armenia, terra nativa dei miei genitori, nell’ottobre del 2012. Siamo scappati dalla Siria a causa della guerra … una guerra disastrosa. Sebbene stessimo bene economicamente, abbiamo dovuto lasciare ogni cosa. Siamo nati ad Aleppo, ci siamo cresciuti, ed era incredibile vedere la nostra città in quello stato. Vivevamo in condizioni davvero difficili e ci siamo ritrovati poveri in poco tempo. Era molto diverso rispetto a qui. Prima della guerra avevamo un lavoro, i nostri bambini studiavano …” Mr. Raffi si interrompe, lasciando la parola a sua moglie Yolanda, che prosegue con voce nitida e chiara. “Quando siamo arrivati a Yerevan le nostri condizioni non erano buone, ci sentivamo sotto pressione. Ma durante questi ultimi mesi le cose sono cambiate. Ho potuto sfruttare il mio talento, le mie capacità come cuoca. UNHCR mi ha dato l’opportunità di partecipare a qualche lezioni di cucina. Ho finito  dei corsi e preso un certificato come pasticcera … ora organizzo spesso banchetti con dolci preparati da me, gli stessi che vedi sul tavolino” mi indica con la mano. Yolanda vorrebbe lavorare in un caffè, ma per ora si limita a cucinare deliziosi dolcetti nella piccola cucina di casa. Col tempo ha ricevuto anche un paio di regali da parte della croce rossa, come un forno ed altri utili strumenti da lavoro. Poi, quasi in sincronia affermano “ abbiamo iniziato una nuova vita con niente, ma abbiamo continuato a cercare e preservare”. Concludo l’intervista, addento un ultimo falafel e saluto con piacere Raffi e Yolanda, non prima di presentarmi il loro gatto. Due occhi neri e tondi ti fissano con curiosità, quasi a perdersi tra il folto pelo grigio.

È domenica. La mia visita in Armenia sta per concludersi. Ho interagito con un paese, come detto prima, dove il più vivo folklore può anche farti assaporare un passato spesso smarrito tra tecnologia e modernità. Un passato in contrasto con le innumerevoli storie, più che mai attuali, incontrate in questi giorni di viaggio. Lungo il viale alberato che ti accompagna fino alla stazione centrale, vengo attaccato da una banda di ragazzini. Non ho via di fuga. Mi accerchiano. Ed all’improvviso una secchiata d’acqua mi investe, seguita a rotta di collo da numerosi gavettoni precedentemente preparati! Ridiamo tutti insieme. Li ringrazio per la simpatia e (visto il caldo torrido) anche per la bomba d’acqua. Proseguo per la mia strada … verso nuovi treni … verso la Turchia. Incontri, sensazioni, attimi che scorrono veloci come il paesaggio lungo il cammino.

Il reportage è stato scritto e inviato da Matthias Canapini lunedì 28 luglio. Matthias si occupa di reportages foto-giornalistici muovendosi come inviato di Noi Mondo TV, freelance e collaborando con ONG locali e internazionali. Ha finora viaggiato nei Balcani,Turchia e Caucaso per documentare svariate tematiche, dalle proteste in Bulgaria alle adozioni in Kosovo, dal ricordo del genocidio di Srebrenica alle linee ferroviarie in Albania. Durante i suoi ultimi viaggi è entrato due volte  in Siria per documentare le condizioni dei campi per sfollati siti a pochi km dal confine.      

Contatti: FB o canapini.matthias@gmail.com

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