NoiMondoTV

La webTV che parla la tua lingua

progetto cofinanziato da
Unione Europea Ministero dell'Interno
Fondo europeo per l’integrazione di cittadini di paesi terzi
facebook
twitter
YouTube

Andata e ritorno

REPORTAGE: BELGRADO 5 marzo 2014
Immagine 178 -6

REPORTAGE

a cura di Matthias Canapini

Il ritorno nell’orrore di Srebrenica ed il legame instaurato con le Donne in Nero. Un viaggio ed esperienza affettiva dalla capitale serba ai luoghi del massacro.

“Ed infine ci siamo. Dopo aver attraversato cinque paesi e cercato di capire le loro dinamiche documentando gli avvenimenti attuali, mi ritrovo a Belgrado…per vivere forse, l’ultima storia di questo viaggio durato un mese. L’ultima tappa prima del ritorno. Sicuramente la più dolorosa da affrontare. Ho scelto di finire il mio viaggio a Belgrado alla vigilia del 18′ anniversario del genocidio di Srebrenica. Nel pomeriggio incontro le Donne In Nero, associazione che lotta incessantemente per una cultura di pace, solidarietà e diritti umani. Il movimento delle DIN è nato in una piazza di Gerusalemme ovest nel 1988, dall’incontro di sette donne israeliane che scelsero il nero ed il silenzio come modalità  per protestare contro l’occupazione israeliana della Giordania e di Gaza. Da quella volta numerosi gruppi di donne e ragazze hanno dato vita ad assemblee e riunioni, fino a creare un’immensa rete di solidarietà che corre dalla Palestina alla Spagna, come dalla Bosnia all’ Afghanistan. Vengo a sapere che verso le 19.30 in piazza della repubblica, le DIN daranno vita ad un piccolo spettacolo “teatrale” per ricordare il genocidio di Srebrenica e far si che la memoria venga tramandata alle nuove generazioni. Il massacro di Srebrenica è stato il più grande genocidio della storia moderna dopo l’olocausto degli ebrei. Migliaia di musulmani bosniaci sono stati trucidati nel 1995 da parte delle truppe serbo-bosniache guidate dal generale Ratko Mladic. Ci sarebbe tanto, troppo da aggiungere. Come il fatto che Srebrenica era considerata zona protetta dall’ ONU, nella quale famiglie bosniache credevano di trovare conforto e aiuti umanitari. Evacuate le donne ed i bambini, è scattata la violenza più atroce e impensabile. Si contano 8.372 musulmani maschi uccisi nel giro di pochi giorni. Il conto non è esatto. Ancora oggi si continua a scavare e migliaia di altre salme esumate dalle fosse comuni attendono di essere identificate. Grazie ad un esame medico, tutte quelle famiglie private di un marito, un fratello, un nonno o un figlio, potranno avere finalmente una bara su cui piangere. Quest’anno il numero di corpi ( o parte di essi) ritrovati, sale a 409. Ciò fa si che le vittime del massacro salgano ad un numero superiore a 10.000.

Mancano due ore all’appuntamento in piazza. Ne approfitto per dare un’occhiata in giro. La sede dell’associazione è situata lungo via Yug Bogdanova, al primo piano di un edificio scrostato. L’ambiente è piacevole. Luci soffuse e quadri alle pareti. Mi guardo attorno un po’ imbarazzato, per fortuna a tenermi compagna c’è Giannina, un’attivista di Verona che durante i bombardamenti di Belgrado nel 1999 ha stretto solidi rapporti con le donne serbe. È proprio lei ha raccontarmi le difficoltà a cui va incontro giornalmente questo gruppo. Le DIN di Belgrado incolpano la Serbia di essere l’artefice del massacro. Organizzano anche campagne di sensibilizzazione relative alle violenze fisico-psicologiche compiute nell’ Ex Jugoslavia in periodo di guerra. Nella Serbia di oggi come in altri paesi europei, c’è sempre più una rivalutazione dei principi del nazi-fascismo. Qualche anno fa durante la manifestazione annuale pre-Srebrenica, gruppi organizzati neo-fascisti hanno aggredito le DIN, insultandole e dichiarando che il genocidio, come la parola stessa “Srebrenica” non è mai esistito, e mai esisterà. Ma le ossa di 10.000 persone uccise non le puoi nascondere con l’indifferenza né tantomeno con l’idiozia di qualche fanatico. Faccio conoscenza con Staša. È una donna gentile, semplice, che mi accoglie con piacere invitandomi ad unirmi a loro per il viaggio al memoriale di Potoćari del giorno seguente. Quando le cose sono scritte, devi limitarti a seguire le tracce. Veniamo scortati dalla polizia fino alla piazza. È una strana sensazione vedere un centinaio di persone vestite di nero bucare la folla che passeggia ignara in centro. Durante lo spettacolo, che ha più i tratti di una solenne cerimonia, il silenzio è assoluto. L’aria è piatta, mossa a tratti da folate di vento che scuotono l’atmosfera. Si alza della polvere. Le donne tengono saldamente gli striscioni bianchi con su scritto tutti i nomi delle vittime di Srebrenica. Si va avanti una decina di minuti. Qualche curioso ammutolito scatta fotografie. Gocce di pioggia bagnano il terreno. Dalle fila si staccano delle donne, che, immersi i piedi nudi in bacinelle di vernice rossa, cominciano a camminare su ampi teloni bianchi. L’aria si fa ancora più piatta, tagliente. Le vesti nere sventolano al ritmo del vento. Il cielo è grigio. I piedi rossi colmi di memoria … dalle retrovie qualche presunto contestatore urla: 1, 2, 3 Srebrenica!! Mi chiedo come si possa desiderare nuovamente un massacro di civili inermi come quello? È convinzione, o frutto di lavaggi del cervello? La manifestazione si conclude senza problemi. Le “eroine” si abbracciano, confortandosi a vicenda. Veniamo scortati nuovamente da una trentina di poliziotti fino alla sede. A poche ore di distanza ci aspetta il pullman per Potoćari.

Partiamo verso le 4.00, la città si sveglia lentamente. Il paesaggio lungo la strada è costellato da campi di girasoli. Al confine si supera un valico e in meno che non si dica siamo in Bosnia. La cara vecchia Bosnia. Davanti la polizia ci accompagna a fanali spianati. All’interno del pullman si distribuiscono caramelle e panini. Proseguiamo fino al fatidico bivio: Sarajevo a destra, Srebrenica a sinistra. La scelta è ovvia … torniamo nel luogo della memoria.

Un luogo che dove non potrà mai più esistere la pace. Perché prometterla ai bambini, la pace? Qui le scuole hanno ancora chiazze di sangue nel muro e le vedove, andando a fare la spesa, spesso si imbattono negli assassini che hanno sgozzato loro figlio..sicché ditemi, come può tornare la pace in un luogo simile? Meglio non illuderli i bambini. Una volta dentro il memoriale le DIN vengono applaudite ed accompagnate alla loro postazione. Io mi allontano. Mi perdo tra gli sguardi dei parenti delle vittime. Non fotografo. Respiro l’aria. 409 bare si stagliano tra a folla. Anche un anno fa mi aveva colpito un foglio posto sul muro esterno del complesso. Il nome del tuo caro ucciso, con a fianco il numero della bara. Cosi vedi i famigliari aggirarsi tra queste verdi “scatole” semivuote, fino a quando non trovano quella giusta su cui piangere. L’esperienza è forte. 1995-2013. Diciotto anni. Molte persone si stringono forte. Mi siedo in mezzo a loro. Inizia la preghiera. Il silenzio è l’unica cosa che puoi ascoltare in un momento simile, rotto a tratti dalla voce del muezzin che recita i versetti del corano. Comincia a piovere sempre più forte. Le donne rimangono dove sono, cercano di coprire le bare con un fazzoletto o una sciarpa. Le lacrime si mescolano alla pioggia. Un signore mi vede, mi abbraccia e mi copre col suo ombrello. Una bambina consola sua madre …

Al termine della cerimonia una signora mi nota e si avvicina. Chiede da dove provengo e risponde: “grazie italiano di essere qui, racconta questa storia, hai la mia protezione … buona fortuna”. Se conoscete parole per descrivere tutto ciò, per favore fatemelo sapere. Io davvero non ne trovo”.

Matthias si occupa di reportages foto-giornalistici muovendosi come freelance e collaborando con ONG locali e internazionali. Ha finora viaggiato nei Balcani,Turchia e Caucaso per documentare svariate tematiche, dalle proteste in Bulgaria alle adozioni in Kosovo, dal ricordo del genocidio di Srebrenica alle linee ferroviarie in Albania . Passando per la memoria del Vajont e la resistenza della Valsusa. Durante i suoi ultimi viaggi è entrato due volte  in Siria per documentare le condizioni dei campi per sfollati siti a pochi km dal confine.

Contatti: Pagina FB / email: matthias.canapini@gmail.com

FacebookTwitterEmail
condividi su:
Pubblicato da

Partners

Provincia PU
Comune di Fano
Caritas Diocesana
ass. Millevoci
CSV Marche
ass. MilleMondi
L'Africa Chiama
ass. NuovoOrizzonte
Apito
Comunità Montana
Logo Cremi

Iscriviti alla Newsletter