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MOMO SAID, IL SUONO DELLA TERRA

Per conoscere il proprio territorio ci sono varie strade e una di queste è farlo attraverso l’arte, in particolare in questo spazio abbiamo scelto di utilizzare la musica. Musica come mezzo di comunicazione, di conoscenza, di integrazione. Iniziamo il nostro percorso con un intervista ad un cantautore e musicista di origini marocchine che vive nelle Marche fin da bambino. Lui è MoMo Said.

- Ciao Momo Said! la prima domanda più che una domanda è una curiosità. MoMo sta per..?

MoMo nasce dalla volontà di prendersi non troppo sul serio e vivere leggermente con cuore e mente. In Marocco, nel contesto domestico, momo e’ il titolo con cui si chiama il fanciullo in tenera età, per ricordare come eravamo e imparare come siamo diventati, per evolvere e rappresentare quello spirito tipico dell’infanzia, in cui la curiosità e la creatività godono dei più ampi risvolti benefici, sia nel gioco, che nella realtà, donando a chi li vive, emozioni uniche e irripetibili.

- Tu sei nato a Casablanca e sei arrivato in Italia da piccolo. Come hai vissuto la tua infanzia come figlio di cosiddetta “seconda generazione”?

La mia vita in Italia, e’ sempre stata circondata da amicizie e vita sociale di ogni genere. Sono cresciuto in una splendida località marchigiana, la più bella infanzia che si possa desiderare. Uscire di casa e perdersi in quella natura e in quelle campagne, correre scalzi tutto il dì, senza contare i viaggi in famiglia in lungo e in largo, sia in Italia che all’estero. La musica cambiò con l’adolescenza, dove le differenze iniziarono a creare sempre più il pretesto per tirare in ballo battute di pessimo spirito o dare sfogo a ingiustificate e belligeranti reminiscenze ancestrali, di non so quale battaglia, ma appartenenti ad una guerra che ogni individuo combatte dentro di sé. Ti senti un po’ come sulla linea di confine, tra ciò che non sapevi di essere, e ciò che non sai diventerai. Ma sono fortunato, perché ho ed ho avuto una famiglia presente, piena di voglia di vivere ed amare, brillante, con i suoi alti e i suoi bassi come tutte le famiglie, un dono; un dono che ti accompagna, anche senza la presenza fisica, perché dietro c’è una storia, solida, che unisce e non divide mai.

- E se pensi alla tua infanzia a che tipo di sonorità pensi?

I taxi che suonano i clacson come disperati, autobus che accelerano e decelerano davanti ad un tumulto d’anime, aggrovigliate attorno ai banchi dei mercati, dove gli strilloni sono i poeti dell’offerta più bella, la voce della vita del mercato. L’aria fumosa mista ai vapori dell’asfalto caldo, sotto il sole di Casablanca, filtra dalle inferiate di ferro battuto che danno su Boulevard El Fida, dentro una piccola casa dal grande mondo, riscaldato dalla fornace del forno pubblico, che dal piano terra corrompe il palato con il profumo inconfondibile del pane fresco fatto in casa, dei croissant e del tea verde alla menta, che il fornaio sta bevendo caldo per affrontare lo shock estivo davanti alla tana di Mephisto. Nelle grate c’è solo una piccola asola, da cui solo un bimbo può affacciarsi per ammirare, nel brusio macchinoso e inquinato della città, lo skyline di grattacieli, immense vie edificate, antenne paraboliche come funghi e minareti, da cui incomprensibile e affascinante e allora un pò inquietante, si levava un grido, la città volgeva alla quiete, il brusio lasciava spazio alle tavole apparecchiate e mentre tutti siedono di fronte al pasto, due occhi si fanno aspettare, già sazi di tanta vita.

- Raccontaci come e quando la musica è entrata nel tuo mondo..

La musica ha sempre fatto parte della mia vita, fin dalla prima infanzia, per le tradizionali feste in musica tra le mura domestiche, dove tutti suonano un piccolo strumento ritmico e con l’influenza di mio padre che è stato commerciante nel campo dei dischi per 30 anni, un fattore catalizzante. Solo ora realizzo quanto essere cresciuto in questo contesto mi abbia profondamente investito con un’esperienza unica che mi accompagna fin da allora. Verso i 6 anni feci il primo incontro con il canto, uno stimolo partito dalla corale della chiesa di S. Maria di piazza, ad Ostra Vetere (AN). Era semplicemente l’emozione più bella che avessi mai vissuto, nessun video gioco o vestito alla moda poteva distrarmi da quello che ancora non capivo, ma sentivo. Fù così che decisi di prendere lezioni di solfeggio e rullante dal Maestro Filiberto. Di lì a poco, cominciò a prendere forma una consistente attenzione per la percussione negli strumenti della tradizione, per le voci femminili di tutto il mondo che potevo conoscere allora, per i generi e gli stili. Fù così che capitò uno scambio di opinioni tra me e Michele Bellagamba, batterista e carissimo compagno di scuola. Una sera nei viaggi in autobus mi chiese se avessi piacere di fare una prova con una band di amici, perché mi sentiva sempre cantare e volemmo provare. Il repertorio era rock e la prova non portò lontano per noi, ma aprì un mondo di possibilità. A cavallo dei 18 anni comprai la prima chitarra classica ed iniziai a studiare. Fondai assieme a carissimi amici la band degli YELLOW HOUSE, un’esperienza molto importante basata sull’amicizia. Sentii presto il bisogno di dare una forma alle mie prime scritture, ma non era lo stesso desiderio dei miei amici, più impegnati in una vita professionale. Nel corso degli anni si sprecarono i concerti e le jam tra amici e musicisti, lasciai la mia band ed iniziai la ricerca di uno mio stile e linguaggio. Un primo ingresso in scena avvenne con “ReSystEm” e l’album “Free Out”, pubblicato dopo gli anni dell’università (2008) con Tam Tam Studio Recordings a Cesena. Un invito da parte di una band locale mi aveva portato ad entrare nelle sue sale di incisione, dove ora non mi stanco di spendere ore per provare e scrivere. Nel 2010 pubblicammo il primo singolo Campi di Grano, con il quale mi presentai a Sanremo nuove proposte, conquistando una discreta attenzione e critica. Iniziarono anni di lavoro serrato per portare fuori lo spettacolo, prima con il SAID QUARTET EXPERIENCE, un progetto totalmente acustico, che sotto la direzione di Doktor Zoil ha permesso l’arrivo a destinazione del primo album SPIRIT nel settembre 2013.

Sono avvenute trasformazioni che hanno visto cambiare completamente i componenti della band, in un progetto evoluto verso una ricerca continua di influenze nazionali ed internazionali e scopriremo insieme al nostro pubblico, dove ci condurrà quest’emozionante avventura, guidata soprattutto da un profondo ed esaustivo ascolto e ricerca del suono. Ora la band è composta da Zan Lock alla batteria, un musicista dalla grande capacità di ascolto ed interazione con il groove ed il flow a braccetto con Doktor Zoil al basso, che oltre ad essere il mio produttore, mi gratifica del privilegio di poter avere nella formazione entrambi i membri dei “VIP 200″, una band galattica che ha segnato gli anni della buona musica in Italia. Alla chitarra solista Filippo Francesconi sta mostrando, dal suo recente ingresso, le qualità, la passione, la tecnica e la volontà di ascoltare e suonare il cuore nella musica. Stiamo lavorando in sala prove assiduamente, con la sorpresa della quotidiana scoperta di essere insieme a persone talentuose, che amano la musica e si mettono al suo servizio, che stimo profondamente e con cui sto lavorando al secondo album che vedrà la luce nella primavera del 2015.

- Qual è il filo conduttore dei tuoi testi e che cosa ti ispira a scrivere?

Sono un amante del dialogo a cuor nudo, della volontà di spogliarsi di ogni inibizione e sovrastruttura. Certamente un lavoro difficile a partire dalla consapevolezza dei propri limiti. Un dialogo in cui il tempo perde di significato nella sua naturale illusoria realtà finita, per lasciare spazio infinito al momento vissuto, al battito, all’ incontro di sguardi, al silenzio come un grido, all’ umiltà dei propri difetti e al potenziale che contengono, alla percezione di una realtà che appartenga a entrambi, di una domanda possibile e di una ancora più possibile azione. L’azione dietro suggerimento di un pensiero cosciente ma che vuole anche cercare di prendersi non troppo sul serio; occasione di slanci di sana divergenza verso la creatività e la trasformazione di un idea in azione e non lasciare che muoia dietro alle paure e alle difficoltà che affrontiamo tutti i giorni in nome di un’immagine che non ci appartiene, quando un’identità perde ruolo e non ritrova la matrice dei suoi sentimenti, persa dietro a mille giustificazioni per celare un’ovvietà che non si può nascondere neanche al buio.

- Quanto le tue origini influenzano la tua musica e la tua vita e perché la decisione di cantare in inglese?

Sono completamente influenzato dalle mie origini, anzi: è proprio la solidità del mio senso d’identità e appartenenza alla Terra che mi spinge ad essere ciò che sono e ciò che non so di essere, così nella vita così nella musica in essa contenuta, con una finestra ed una porta sempre aperte, tanto che l’inglese non è l’unica lingua in cui scrivo. Sono molte le composizioni che ho scritto anche in italiano, in francese, in arabo, poche cose anche in spagnolo, ma c’è tempo.

- Hai una lunga formazione, che va da quella accademica a quella “della strada”.. che cosa ti ha segnato di più?

La famiglia, gli amici, i maestri, lo sguardo di chi ho di fronte, le sfide, i successi e i fallimenti, l’umanità inattesa dietro a una maschera di ferro, incontrare la volontà del cambiamento nelle persone.

- Progetti per il futuro?

Il futuro è adesso, quindi saremo impegnati nella tournée fino a fine estate, che proseguirà lasciando spazio alle incisioni per la pubblicazione del secondo album che uscirà nel 2015

 

Guarda anche  il video della canzone “Spirit“. 

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