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Rifugiato a casa mia

29 marzo 2014
rifugiato

Accogliere i cittadini stranieri richiedenti asilo in famiglia, nella propria casa: questa l’idea alla base del progetto pilota “Rifugiato a casa mia”, sperimentato per un anno dalla Caritas Italiana in 9 diocesi. Il progetto Caritas, avviato nel marzo 2013, sarà concluso a fine aprile 2014 con la consegna di un rapporto finale realizzato dal Consorzio Communitas onlus: 25 che stanno ospitando i cittadini stranieri, ciascuna riceve dalla Caritas 300 euro al mese.

«Il sistema nazionale di accoglienza dei richiedenti protezione internazionale e rifugiati», si legge in un intervento del responsabile del settore immigrazione della Caritas italiana, Oliviero Forti, su redattoresociale.it «mostra diverse criticità, sia in riferimento alla capienza, sia alla qualità dell’accoglienza. Pertanto la Caritas ha deciso di intervenire, coinvolgendo la comunità cristiana. Le famiglie vengono selezionate affinché diano garanzia delle migliori condizioni per un’accoglienza protetta e finalizzata a percorsi di autonomia o semiautonomia di chi viene accolto».

Infatti sono numerosi i limiti dei Centri di accoglienza richiedenti asilo (Cara), soprattutto quando ospitano migliaia di stranieri (in Sicilia, a Mineo, il Cara ha circa 4 mila persone). Accanto ad essi,  per favorire una migliore integrazione, si è creato il Sistema di protezione per i richiedenti asilo e rifugiati (SPRAR): una rete organizzata dagli enti locali sul territorio italiano, che si attiva quando lo straniero non può più essere accolto nei Cara ed è privo di mezzi sufficienti per sostenere sé e i suoi familiari, gestita dal ministero dell’Interno in convenzione con l’Associazione nazionale dei Comuni italiani (Anci).

«Tuttavia un certo numero di persone già riconosciute come rifugiate», afferma la sociologa Nunzia de Capite, «terminato il periodo di accoglienza nei Cara e non trovando posto nello Sprar, hanno come unica alternativa la strada: si accampano così in strutture di fortuna, luoghi fatiscenti, occupano edifici nelle grandi città. La protezione internazionale ricevuta dà diritto a cercare un lavoro e agli stessi diritti sociali di un cittadino italiano, ma per molti stranieri la mancanza di un tetto è sicuramente il primo, pesantissimo ostacolo all’integrazione».

FONTE: RS

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