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RICORDANDO ASSIA DJEBAR ..

8 febbraio 2015

Moriva ieri 7 febbraio la scrittrice, poetessa e cineasta algerina Assia Djebar, uno dei nomi più importanti tra tutti gli scrittori francofoni del Magreb.
Nata sotto il nome di Fatma Zohra Imalayène a Cherchell, in Algeria, si è spenta in un ospedale parigino all’età di 78 anni, dopo aver scritto alcuni tra i più bei libri di narrativa al mondo come Donne d`Algeri nei loro appartamenti, Lontano da Medina, Figlie di Ismaele, Vasta è la prigione, Bianco d`Algeria, Le notti di Strasburgo, Ombra sultana, La donna senza sepoltura.
L’opera di Assia Dje­bar è dedi­cata in gran parte all’emancipazione della donna, alla sto­ria, all’Algeria vista attra­verso la vio­lenza e le sue lin­gue ed è nota e militante la sua partecipazione alla guerra di liberazione algerina, a fianco di Frantz Fanon.

Tra i suoi film più toccanti La Nouba des femmes du Mont Chenoua, pellicola in bianco e nero vincitrice del Premio Internazionale della Critica al Festival di Venezia nel 1979 e La Zerda et les Chants de l’oubli premiato al Festival di Berlino nel 1983 come migliore film storico.
Nel 1955 è stata la prima donna musulmana e algerina ad entrare all’École Normale Supérieure de jeunes filles a Sèvres in Francia dove ha scelto l’indirizzo storico e proprio questo periodo vede nascere il suo primo romanzo, La Soif (La Sete). E’ questo il momento in cui sceglie il suo nome d’arte, Assia (colei che consola) Djebar (l’intransigente).
A par­tire dagli anni ’80 Assia Dje­bar alter­na la sua resi­denza fran­cese con sog­giorni in Loui­siana e a New York, dove pro­se­gue la sua car­riera uni­ver­si­ta­ria iniziata in Algeria presso la facoltà di Lettere con la cattedra di Storia del Nord Africa, insegnando alla New York University e dove dirige il Center for French and Francophone Studies.
“Scrivo dun­que, e in fran­cese”, diceva Assia Djebar, “la lin­gua degli anti­chi colo­niz­za­tori, che è tut­ta­via diven­tata irre­ver­si­bil­mente quella del mio pen­siero, men­tre con­ti­nuo ad amare, sof­frire e anche pre­gare in arabo, la mia lin­gua madre”.

E’ stata anche la prima donna araba a far parte dell’Accademia di Francia nel 2006. Ecco un estratto del suo discorso di insediamento: “Signori e Signore, il colonialismo vissuto un tempo quotidianamente dai nostri antenati, almeno di quattro generazioni, è stato un’immensa ferita! Una ferita di cui alcuni hanno recentemente riaperto la memoria, con troppa leggerezza e per un irrilevante mossa elettorale“.

Fonti:
- Il Manifesto
- Il Fatto Quotidiano
- El Watan
- Le Monde 

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