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INFORMAZIONE: QUANDO DIRE “CLANDESTINO” NON SIGNIFICA NULLA

2 settembre 2014
informazioneimmigrazione
Le parole pesano, pesano come macigni: il loro uso e le accezioni legate ad esse s’insinuano nelle coscienze ed in modo più o meno consapevole nelle persone. Hanno il potere di plasmare il reale, le parole, o almeno ciò che a noi sembra reale. Un potere non dappoco. Ecco perchè farne buon uso non è solo una questione formale, tutt’altro, è un fatto sostanziale ed etico, aggiungerei. Figuriamoci poi cosa implica questo quando si parla di una tematica tanto delicata e facilmente strumentalizzabile come l’immigrazione.

A riguardo è emblematico e tristemente patetico il caso citato dalla Carta di Roma, realtà impegnata dal 2011 perchè venga attuato il protocollo deontologico per un’informazione corretta sui temi dell’immigrazione: l’associazione è stata al centro di una polemica portata avanti nero su bianco dal quotidiano “Il Giornale”; nella fattispecie il giornalista Bracalini si è divertito a parodiare il codice deontologico e le regole suggerite dalla Carta, in particolare se l’è presa con la raccomandazione ad evitare l’uso del termine “clandestino”.

Di seguito riportiamo alcuni passaggi della replica, sarcastica e divertente, che l’associazione Carta di Roma ha scritto in seguito all’articolo pubblicato da “Il Giornale”.

“Bracalini se la prende in particolare con la raccomandazione a evitare l’uso del termine “clandestino”. E cita la definizione della Treccani per dimostrare che “clandestino” è esattamente chi “entra in un paese illegalmente”. Bravo Bracalini. Sfoglia un po’ la Treccani e scoprirai che uno che “si comporta in modo criticabile” – cioè in un modo che magari Bracalini non condivide – può essere definito “stronzo”. Poi vai da quel tale e chiamalo così, tenendo la Treccani a portata di mano, mi raccomando.
La prima delle poche e semplici regole della Carta di Roma dice di usare “termini giuridicamente appropriati”. E tutte le volte che siamo intervenuti sull’uso improprio del termine “clandestino”, l’abbiamo fatto perché era stato usato per definire persone entrate “non illegalmente” nel Paese. Cioè per persone che avevano diritto all’asilo o alla protezione umanitaria.
Per intenderci, chiamare “clandestino” un tale che sbarca sulla costa italiana perché restare nel suo Paese vorrebbe dire rischiare la vita, è come se il padrone del giardino di una villa dove Bracalini fosse costretto a entrare di corsa perché inseguito da un killer chiamasse il medesimo Bracalini “ladro”. E come se il giornale locale continuasse a definire Bracalini “ladro” fino al momento in cui non dimostrasse di aver violato quel domicilio perché si trovava in stato di necessità.
La possibilità di chiamare “clandestino” un rifugiato attiene alla libertà di manifestazione del pensiero, quanto la possibilità di dire che Giorgio Napolitano è il presidente del Milan e Gigi Buffon l’ala destra del Real Madrid. È una cosa sbagliata, oltre che “criticabile” (con riferimento a tutte le definizioni della Treccani).
FONTE: cartadiroma.org
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