NoiMondoTV

La webTV che parla la tua lingua

progetto cofinanziato da
Unione Europea Ministero dell'Interno
Fondo europeo per l’integrazione di cittadini di paesi terzi
facebook
twitter
YouTube

PROFUGHI: DA ALEPPO A SOFIA

3 agosto 2014
IMG_1273

REPORTAGE

a cura di Matthias Canapini

“La  guerra, il dolore, la fuga, i tanti km percorsi a piedi, i confini superati, la stanchezza accumulata, i ricordi”: sono tante le emozioni che Matthias ci trasmette in queste righe, dopo aver fatto visita al “Voenna Rampa Camp”, il campo profughi che, alla periferia di Sofia, ospita ogni giorno più di 200 profughi siriani in fuga dalla guerra. 

Le giornate scorrono veloci. Lascio Yerevan dopo pranzo, in un limpido lunedì assolato. Alcune persone si sporgono cautamente dai piccoli finestrini del treno, agitando nervosamente le mani in segno di saluto. I loro famigliari, rimasti a terra, rispondono con sorrisi e facce buffe. Cerco la cabina dove dormire e con sorpresa noto che tre posti su quattro sono già occupati. Una signora anziana, una donna, una bambina di circa 7 anni. Presumo che sia una nonna con figlia e nipote al seguito. Il treno parte, alzando una folata di polvere e sassolini. Quando gli spazi sono ridotti in genere si evitano i convenevoli ed in men che non si dica si stringe la mano ai nuovi compagni di viaggio, familiarizzando in pochi minuti. Questa è una di quelle volte. Timidamente il trio mi fa spazio. La giovane mamma mi allunga un piatto colmo di cibo, invitandomi, più a gesti che a parole, a pranzare con loro. Cetrioli, pomodori, formaggio, carne, peperoni, patate, pane e acqua fresca. Tutto senza olio nè sale, ma ovviamente, preso dalla bellezza del momento non ci faccio neppure caso. Ripulito il mio piatto fino all’ultima briciola, ringrazio ed esco nel corridoio della carrozza per scattare qualche foto. All’improvviso una donna dietro di me urla: “Canapini!!”. Mi volto. È il controllore conosciuto a Tbilisi circa una settimana prima. Chiedo come sta, e per risposta ottengo un morbido dolcetto di marzapane in segno di ben trovato.

Sulla sinistra, gonfie nuvole e sporadici raggi di sole dipingono il cielo di uno spento color grigio-verde, mentre il treno scivola via nella notte che velocemente cala. Il fascino dei viaggi via terra. La geografia cambia lentamente, gli odori si mescolano, hai tempo per pensare, conoscere, capire, leggere e scrivere. Superiamo nuovi confini. Durante i viaggi fatti finora, mi è rimasta l’abitudine di annotare l’ultima immagine con cui un paese mi dà l’arrivederci. Questa volta il Caucaso mi ha salutato con un fantastico tramonto sul mar Nero ed un ponte diroccato su cui mucche e tori brucavano la poca erba rimasta.

Il giorno seguente raggiungo Istanbul. Moschee, Mc Donald, botteghe tradizionali e filobus, turisti e guide. Tiro dritto verso la stazione dei treni. Lungo la strada noto i segni dell’ultima manifestazione cittadina pro-Gaza. Blocchi di cemento e pareti in mattoni con su scritto FREE GAZA a lettere spesse e nere.

Dopo due giorni ininterrotti di viaggio raggiungo finalmente Sofia lasciandomi alle spalle Plodvid, seconda città del paese. Alle prime luci dell’alba un vecchio pulmino con una scoppiettante e malandata marmitta mi abbandona di fronte alla stazione dei treni, assonnato e confuso. Mi metto subito in moto per avere gli ultimi permessi e autorizzazioni per poter visitare e documentare uno dei tre campi profughi sorti nella periferia della capitale. La Bulgaria è considerata da tempo terra di transito per migliaia di rifugiati, richiedenti asilo politico, clandestini o migranti e già da qualche mese mi sono interessato al flusso dei profughi siriani in fuga dal conflitto. Ho contattato alcune associazioni umanitarie locali fino a trovare Sabrina, una giovane volontaria della croce rossa bulgara, la quale si è resa disponibile ad accompagnarmi dentro al campo ed aiutarmi come interprete. Ci conosciamo all’angolo di via Pirotska, aspettiamo insieme l’autobus n.101 e poi via … verso altre storie da raccontare.

Il campo dove siamo diretti è chiamato VOENNA RAMPA CAMP ed è situato a circa 10 minuti di autobus dal centro, nella zona industriale della città. Gli altri due campi sono sparsi nelle vicinanze ma forniscono assistenza prevalentemente a rifugiati afgani, iracheni e centro africani. I permessi per entrare richiederebbero lunghe trattative, così decido di focalizzare l’attenzione sul primo e offrire, dopo le mie esperienza in Siria, un nuovo punto di vista sull’emergenza del popolo siriano. Una sbarra malandata e scrostata ci blocca il passaggio, si fa avanti la guardia del campo e poco dopo arriva anche il vice direttore, stringendo una bustina di thè nella mano sinistra. Qualche chiamata per accertarsi dei permessi avuti, e siamo dentro. Il campo non è altro che una ex-scuola diventata centro di accoglienza per i siriani in fuga dalla guerra. Durante i mesi della grande emergenza il cortile della struttura era invaso da centinaia di tende, dentro le quali, tra il freddo e la stanchezza, ci vivevano circa 800 persone. Ora ne sono rimasti 200 … donne, uomini, bambini, intere famiglie. Butto un occhio al cortile, osservando il contesto e annotando le prime impressioni nel mio quaderno. Ci accomodiamo negli uffici al piano superiore dell’edificio, beviamo del thè caldo dando il via alle presentazioni.

La procedura è abbastanza lunga e curiosa: io parlo con Sabrina in inglese, lei traduce in bulgaro al direttore, ed uno dei ragazzi siriani che vive qui da più tempo, traduce in arabo per gli amici presenti. Il vice direttore, un uomo pacifico sui 70 anni, mi dà una pacca sulla spalla e comincia lentamente a raccontarmi qualcosa: “Questa struttura era una scuola, ora è diventata una casa per loro” facendo un cenno con la testa verso il cortile esterno. “Quando c’è stata la grande emergenza, la crisi, il flusso dei profughi provenienti dalla Turchia pochi mesi fa, è stato davvero difficile. Molti di loro sono scappati, altri hanno provato a raggiungere i famigliari o amici in Nord Europa. Chi ha superato ulteriori confini e si è stabilito clandestinamente in paesi vicini o chi ha trovato lavoro ottenendo i documenti come rifugiato. La preoccupazioni più grande per la maggior parte di loro era incappare nel trattato di Dublino 2. Richieste di asilo politico erano e sono all’ordine del giorno”.

Elena, volontaria della croce rossa prosegue: “ In febbraio non c’era cibo sufficiente per tutti e mancava anche l’acqua calda, ma col tempo lo Stato si è mosso e collaborando con la croce rossa e UNHCR ha portato degli aiuti concreti in poco tempo … ora la situazione è molto migliorata rispetto a febbraio-marzo. Rimane il problema della struttura però. Non adatta per ospitare famiglie e bambini. Noi proviamo a portare piccoli aiuti ogni giorno, ma la situazione rimane comunque difficile”.

Finalmente mi permettono di visitare l’edificio, così senza perdere un attimo mi tuffo nei corridoi in cerca di sguardi, storie, contatto umano. Al piano terra scopro che ci vivono solo gli uomini single, mentre il secondo piano è riservato  alle famiglie con bambini. In alcuni corridoi manca la luce elettrica, alcune zone sono allagate ed in numerosi punti filtra acqua piovana e muffa dal soffitto. Chiedo di poter entrare in un paio di stanze, tenendo a mente che quei pochi metri quadri è loro nuova casa. Osservo il perimetro, lo spazio, ma per quanto a lungo rimango li dentro, non respirerò mai l’atmosfera che queste persone vivono quotidianamente. Al posto delle tende hanno appeso veli, teloni o coperte per salvaguardare la poca intimità rimasta. I panni sono stesi all’esterno, lungo fili in nylon che corrono tra un ramo e l’altro. Molte delle persone presenti provengono dalle zone nord della Siria, la  maggior parte da Aleppo, qualcuno dal Kurdistan. Hanno raggiunto il confine turco a bordo di pulmini o vecchie macchine, per poi entrare clandestinamente in Bulgaria a piedi. Molti sono morti lungo il confine perdendosi nei boschi, come mi racconta Salar: “Sono scappato da Qamushli … la mia famiglia vive ancora in Syria. Ho avuto gravi problemi con gruppi integralisti, ma sono riuscito a raggiungere il confine turco e poi la Bulgaria con un piccolo gruppo di amici. Uno di loro è morto nei valichi montuosi sul confine e non l’ho più visto. Sono arrivato una settimana fa …”.

Molti ragazzi hanno problemi con la polizia e spesso si registrano percosse o aggressioni da parte delle forze dell’ordine nei pressi del campo. Si lamentano all’unisono: “Noi vogliamo raggiungere il Nord Europa, la Germania, la Svezia, l’Olanda, non vogliamo rimanere qui, il cibo scarseggia per i nuclei famigliari numerosi. Ci siamo salvati dai gruppi terroristici in Siria, siamo scampati alla guerra, ed ora abbiamo problemi pure con la polizia”. Mi divincolo dal malcontento generale e proseguo. La croce rossa ha portato questi giorni dei nuovi forni, frigoriferi e utili utensili da cucina. Hanno anche avviato un programma scolastico per i bambini, a partire dai primi giorni di settembre. È quasi l’ora di pranzo e velocemente l’ingresso vicino alla mensa di riempie. Arriva un furgoncino bianco e qualche ragazzino aiuta a portare dentro pentoloni colmi di riso, carne e frutta. Ogni singola persona deve avere un bigliettino con cui è permesso ritirare la propria porzione di cibo. I volontari distribuiscono le pietanze attraverso un’ampia finestra girevole, e nella parte esterna, una decina di famiglie stanno in fila aspettando silenziosamente il loro turno.

Si avvicina Sabrina: “Il maggior problema per queste persone rimane l’integrazione. Come può una persona senza lavoro, senza casa, costretto a rimanere dentro un campo per mancanza di documenti, con i figli al seguito, rifarsi una vita?? Un futuro non esiste per queste persone se non si fa qualcosa … pensa che molte famiglie si separano perché un membro ad esempio si imbatte nelle leggi del trattato D2 mentre altri ottengono i permessi per espatriare”. Non mi è possibile scattare le foto che vorrei. Molte persone sono ancora sotto shock, c’è chi è arrivato da 10 mesi, ma chi anche da 1, o addirittura da pochi giorni. Hanno perso la loro casa, amici, figli, famigliari, salvandosi per poco dai barili esplosivi o da colpi di mortai. Alcuni necessitano di sostengo psicologico e cure. Da poco tempo, mi riferiscono, hanno aperto una piccolissima clinica tra la sala mensa e l’androne delle scale. Scrivo e annoto tutto quanto, sperando in futuro di poter informare quante più persone possibili. La visita sta volgendo al termine. Torno sui miei passi e cammino lungo il cortile. I bambini giocano a calcio, i grandi sono seduti al’ombra di piccoli alberi intenti a bere caffè o thè. Ci sono due altalene improvvisate di colore azzurro, legate con spesse corde ai rami più robusti. A tratti mi sembra quasi di tornare ad Atma o Bab Al Salam per quanto le sensazioni, i sorrisi, gli attimi, le strette di mano si assomiglino sempre tra loro. Privazione, incertezze, dubbi, difficoltà, tristezza. Inizia a piovere. Le giornate scorrono anche qui, a Voenna Rampa Camp.

La  guerra, il dolore, la fuga, i tanti km percorsi a piedi, i confini superati, la stanchezza accumulata, i ricordi. Mi trascino verso l’ostello, sotto una pioggia incessante che fa mescolare sensazioni e immagini. Mi fermo in un Kebab all’angolo del quartiere. Riconosco l’accento e chiedo ai due ragazzi se sono siriani. Rispondono di sì … uno dei due sorridendo ed indicandosi il petto esclama: “I come from Halep … now Syria no good” commenta con malinconia. Ci salutiamo …

Il reportage è stato scritto e inviato da Matthias Canapini venerdì 1 agosto. Matthias si occupa di reportages foto-giornalistici muovendosi come inviato di Noi Mondo TV, freelance e collaborando con ONG locali e internazionali. Ha finora viaggiato nei Balcani,Turchia e Caucaso per documentare svariate tematiche, dalle proteste in Bulgaria alle adozioni in Kosovo, dal ricordo del genocidio di Srebrenica alle linee ferroviarie in Albania. Durante i suoi ultimi viaggi è entrato due volte  in Siria per documentare le condizioni dei campi per sfollati siti a pochi km dal confine.      

Contatti: FB o canapini.matthias@gmail.com

FacebookTwitterEmail
condividi su:
Pubblicato da

Partners

Provincia PU
Comune di Fano
Caritas Diocesana
ass. Millevoci
CSV Marche
ass. MilleMondi
L'Africa Chiama
ass. NuovoOrizzonte
Apito
Comunità Montana
Logo Cremi

Iscriviti alla Newsletter