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Oltre il ponte in legno

REPORTAGE: SKHODRA 30 gennaio 2014
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                                        REPORTAGE

                         a cura di Matthias Canapini 

Ho viaggiato in Albania documentando alcune comunità Rom che risiedono nel nord del paese. Condizioni difficili alimentate spesso dalla paura,dall’indifferenza e dalla discriminazione dei cittadini. 

Quartiere “Ponte di Buna”.

Nella città di Skhodra sono presenti tre quartieri Rom. Il primo che noti arrivando in città si trova sul lato sinistro del fiume, diviso dal resto degli agglomerati da un ponte instabile in legno e ferro battuto. Tempo di attraversarlo e ti accorgi di camminare su ogni genere di spazzatura(scatoloni, immondizia varia, resti di cibo, vetri rotti e qualche cane (davvero non si capisce se siano vivi o morti). Le fognature sono a cielo aperto, emanano un odore forte e pungente. Le case costruite malamente sul fianco della collina sono un ammasso di mattoni, tovaglie e lamiere. Trovi anche delle case più resistenti qua e là, si arrampicano sparse sul fianco della collina. Donne, uomini e bambini ti osservano mentre percorri il loro quartiere. Seduti nella penombra delle proprie abitazioni, sembra quasi che cerchino riparo dal caldo e dallo sguardo accusatorio di molti passanti provenienti dalla città. I Rom in Albania, come in altre parti d’Europa, sono pesantemente discriminati e tenuti ai margini della società civile. Sempre più rari i casi di solidarietà nei loro confronti. Per la maggior parte dei Rom, gli unici lavori disponibili si dividono in tre settori:pulizia del manto stradale, pulizia della autovetture e riciclaggio di ferro, rame o alluminio … tutto per pochi Lek (moneta locale). Questi prodotti, una volta riciclati verranno spediti nelle grandi industrie di Tirana a incrementare il monopolio dei privati.

Mi muovo in questo ambiente a rallentatore. Cerco di individuare qualsiasi sfumatura che mi può permettere di capire il fenomeno … osservo ora un bambino che sfreccia inspiegabilmente a guida di un’automobile, ora invece tre ragazzini che dormono nudi su un cumulo di lana. Cerco inutilmente di farmi un’ idea. Fortunatamente a volte mi accompagna Bekim, il quale pazientemente mi guida e mi spiega la reale situazione del luogo. Bekim studiando in Italia e si è distaccato gradualmente dalla mentalità provinciale degli altri cittadini. Mi spiega che spesso sono i Rom stessi a preferire questo stile di vita,ma non capisce il perché di tanto razzismo e discriminazione da parte degli albanesi. Si tratta di una mentalità chiusa che si nutre da sempre di pregiudizi. Barriere mentali che non vedono dialogo, bensì un totale e disprezzante silenzio. Se davvero la speranza è l’ultima a morire, in questo caso è dimostrata dalla rara ma fondamentale solidarietà di pochi. A volte infatti qualche rom viene assunto come tuttofare nelle aziende dei dintorni e integrato poco alla volta nel contesto cittadino. All’interno del quartiere agiscono come una grande comunità. Quando uno di loro guadagna qualche soldo in più, all’occorrenza gli presta a chi ne ha momentaneamente più bisogno, fino a creare un microcredito utile a tutti. Se vi recate nell’ufficio “lavori sociali e pari opportunità” e chiedete spiegazioni relative alla situazione attuali dei tre quartieri, vi sentirete rispondere che sono già in atto molti progetti per migliorare la condizione dei Rom. Stessa falsa storia col comune, il quale, promettendo nuovi programmi d’integrazione, vede ogni giorno bambini Rom che elemosinano o che suonano distrattamente tamburi di latta tra le vie della città, nella speranza che qualcuno gli tiri dietro qualche Lek. Ma a prescindere dal fatto che dozzine di famiglie vivono ogni giorno nella miseria, l’unica cosa che il comune è riuscito a finanziare è stata la costruzione(in fase di stallo) di una moschea. Non c’è cibo, né vestiti e tantomeno un cenno di miglioramento, ma un’altro sito religioso a contatto con una chiesa cattolica già presente, sembrava essere la soluzione più ovvia. Con due icone religiose a cosi stretto contatto, mi viene da pensare e pongo a Bekim una banale domanda: “ma i Rom sono cristiani o musulmani?” Lui mi guarda e con una punta di d’ironia risponde: ” non gliene importa niente, seguono solo l’apparente corrente dei soldi..”

Gli unici enti che hanno portato aiuti all’interno del quartiere, si dividono tra le confraternite musulmane, campagne cattoliche guidate da suore e qualche ONG estera. Come precedentemente detto, da qualche anno l’azione cattolica ha costruito una chiesa all’interno del quartiere. Posta poco sopra le case, sovrasta in grandezza quei modesti rifugi. Questa struttura però ha portato notevoli benefici nel campo dell’educazione. Da circa quattro anni alcuni bambini rom possono frequentare delle classi scolastiche regolari. Questo rappresenta un gran passo culturale e umano se si pensa che nella nostra Europa per molti bambini di etnia rom o zingara è negato persino il diritto allo studio. Un’altro beneficio è stato l’ottenimento dell’assistenza sociale. Ai parenti del bambino(o ragazzino)che frequenterà la scuola fino ai 14 anni, gli saranno donati mensilmente 3.000 Lek(circa 18 euro)per supportarlo nel corso della sua formazione. Il problema sta nel fatto che molti bambini abbandonano precocemente gli studi per guadagnare qualche soldo in più, lavorando nell’industria del riciclaggio…

Osservo il quartiere dalla sponda opposta del fiume, seduto su una panchina. Il sole sta per tramontare. Gli abitanti di Skhodra mi hanno riferito che da quando hanno memoria, i rom hanno sempre vissuto al di là del ponte. Sembra un luogo di passaggio. Di là ci sono loro, nientemeno che esseri umani. Di quà ci siamo noi, con i nostri pregiudizi, paure e incertezze.

Quartiere egiziano “Illiria”.

Molti antenati delle odierne etnie rom provenivano dall’Egitto. Gli abitanti del quartiere egiziano di Skhodra appartengono a questo ceppo e risiedono qui da circa 500 anni. Un tempo lavoravano tutti, chi come fattorino, chi come saldatore. L’avvento del capitalismo selvaggio ha sradicato tutto ciò e stravolto l’assetto sociale del quartiere, che conosciuto come il bazar di Skhodra, è oggi un agglomerato di negozi e supermarket. Incontro Fehmi, un uomo sui 60 anni che tira avanti come può vendendo cianfrusaglie e cibo lungo la strada che porta in centro. Mi racconta del cambiamento a cui sono stati sottoposti. Lo stato all’origine aiutava i più bisognosi, ma poi ha iniziato sempre più a stringere legami personali, a discapito della popolazione povera. Secondo Fehmi il capitalismo ha reso le persone molto più egoiste di quello che siano realmente. Mi racconta anche della difficile situazione famigliare. La moglie non lavora, lui ha una protesi alla gamba, fatica a camminare. Aggiunge che la discriminazione a cui sono sottoposti rende il tutto ancora più frustrante. In qualche modo i suoi due figli riescono a frequentare la scuola, ma i professori sottovalutano gli alunni rom, non prestandogli le attenzioni dovute e lasciandoli culturalmente indietro rispetto alla media generazionale.

Si sentono le urla dei bambini che giocano tra le case multicolori alle nostre spalle. Penso a quante storie possono nascondersi tra quelle mura. Saluto Fehmi e mi inoltro nel quartiere per un centinaio di metri. Come sospettavo, per diffidenze o altro, vengo fermato da due uomini, i quali mi fanno cenno di andare ovunque ma non qui. Non ribatto e torno sui miei passi…

Ultimo quartiere.

Se le condizioni del primo quartiere menzionato appaiono drastiche, quelle dell’ultimo visitato in parte sono peggio. Non ricordo il nome, ma le immagini viste le terrò a mente per un po’. Il sole a picco per gran parte della giornata rende le abitazioni dei forni fin dalle prime luci del mattino. Le persone che vi abitano cercano ristoro all’esterno, tra montagnole di rifiuti e pozze d’acqua salmastra. Le tendopoli sono rinforzate su qualche lato da cartoni e lamiere d’acciaio. Per lavarsi usano la pompa d’acqua di una officina adiacente al campo, e per mangiare si arrangiano come tutti gli altri. Sono scene che avevo già visto, ma prenderne atto cosi da vicino, e vedere il loro mondo dall’interno fa una bella differenza. Vedo intere famiglie passeggiare come sonnambuli, senza avere niente in particolare da fare né da dire. I bambini, sorridenti mi salutano e improvvisano giochi col materiale scarso che hanno a disposizione(scatoloni, palloni bucati ecc).Un bambino si divide un pezzo di carne cruda con un cagnolino, mentre tre bambine si lavano il viso da una grezza bacinella in legno, spruzzando acqua ad un gruppo di oche nei paraggi. Questo accampamento rom è sbarrato su due lati da due enormi palazzi in costruzione. Viene naturale constatare che all’ombra dell’attuale finto progresso si celano sempre persone che soffrono o che in qualche modo ci rimettono. Tutto ciò sarebbe un ottimo reportage fotografico da presentare all’Unione Europea, ma non faccio nulla. Lascio la macchina fotografica dentro lo zaino e mi limito a pensare e osservare il momento. Sento di non poter invadere il loro spazio, immortalare la miseria in cui vivono e uscirne “moralmente” pulito. Già nel quartiere “ponte di Buna” mi era stata fatta una richiesta ambigua. “Ogni foto che fai ai bambini sono 200 Lek ok?”. Non ho mai visto uno zoo in vita mia, ma purtroppo quel determinato contesto è stata la cosa che più gli si è avvicinato finora. Ma come si fa a pagare per fotografare persona che non hanno nulla? Anche se la domanda è stata fatta da un rom che vive da sempre nel quartiere, non ho potuto accettare. Non gliene faccio una colpa ovviamente, ma credo che da parte nostra, se esista ancora un minimo di rispetto umano passa anche per queste piccole azioni.

Il giorno prima di ripartire mi sono lasciato trasportare lungo la riva del fiume, a guardare per l’ultima volta questo popolo e le loro abitudini. Gli piace molto cantare, bere grappa e da come mi hanno detto loro stessi, gli piace molto avere rapporti sessuali (forse si spiegano le numerose frotte di bambini presenti negli accampamenti?!). Al tramonto vengo accerchiato da otto bambini, dai 9 ai 13 anni, i quali, curiosi del soggetto, iniziano a tempestarmi di domande incomprensibili. Sto al gioco e ci divertiamo con poco malgrado la lingua. Per comunicare abbiamo usato il mio libretto degli appunti dove i bambini hanno scritto il loro nome, l’età e disegnato pupazzetti. Mi chiedono dei soldi, poi della marijuana…noto sguardi adulti nei loro occhi e piccoli tatuaggi negli avambracci. Associo queste dinamiche al modo imposto di vivere la loro infanzia e adolescenza. Mi chiedo quale scelte prenderanno, quale stile di vita ha in serbo per loro il futuro. Già è sera…il gruppetto torna a casa, di là del ponte, lasciandomi solo coi loro nomi scritti su un foglio bianco.

Matthias si occupa di reportage foto-giornalistici muovendosi come freelance collaborando con ONG locali e internazionali. Ha viaggiato finora nei Balcani,Turchia e Caucaso documentando svariate tematiche, dalle proteste in Bulgaria alle adozioni in Kosovo,dal ricordo del genocidio di Srebrenica alle linee ferroviarie in Albania. Passando per la memoria del Vajont e la resistenza della Valsusa.  Nei suoi ultimi viaggi è entrato due volte in Siria per documentare le condizioni dei campi per sfollati siti a pochi km dal confine. 

Contatti: FB o canapini.matthias@gmail.com

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