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L’AFRICA OVALE: STORIE DAL MONDO DEL RUGBY

24 febbraio 2017
rugby 24

Ibrahim ha gli occhi neri e profondi, un sorriso calmo ma contagioso. “Prima ancora di essere ospite, ricordati che sei mio fratello” dice, offrendomi un altro pezzo di crostata alla crema. Ibrahim è forte, sicuramente uno dei pilastri di questa squadra di rugby tutta particolare chiamata “Le Tre Rose”, con sede a Casale Monferrato, precisamente nel campo di Ronzone. “Le Tre rose”, squadra multirazziale composta per l’80% da rifugiati e richiedenti asilo, nata da nemmeno due anni grazie all’impegno e la passione del presidente Paolo Pensa e della cooperativa sociale Senape, assiste un centinaio di profughi della zona, accompagnandoli lungo il cammino istituzionale (corsi di italiano, formazione professionale ecc..) in attesa che la loro domanda venga accolta e valutata. Ibrahim è ivoriano, l’unico ragazzo del gruppo ad avere già praticato il gioco della palla ovale da bambino. Assieme a Sama, Black John, Mamadou, Frank e tanti altri ha attraversato il Mediterraneo su un barcone malandato, approdando a Lampedusa per poi ritrovarsi nel nebbioso Piemonte, in un campo spelacchiato e spartano, dando così vita in poco tempo a questa bizzarra squadra di rugby militante in serie C2, ribattezzata poi “Tre Rose Nere” per via delle provenienza geografica della maggior parte dei giocatori. Togo, Senegal, Mali, Nigeria, Sudan, Ghana, ma anche Albania, Argentina, Romania e naturalmente Italia. Un gruppo colorito ma eterogeneo, dove il dialetto piemontese si intreccia con quello ivoriano. Ibrahim, ripensando al suo viaggio, confida che non avrebbe mai immaginato di trovarsi qui e respirare, prendere fiato senza pressioni. “Lungo il cammino erano migliaia i pellegrini. Bambini, donne incinta, ragazzi. Abbiamo attraversato il Niger, poi la Libia, aspettando gli ordini di militari corrotti e trafficanti di uomini. Sul barcone eravamo in 85, chi urlava, chi piangeva. I libici, prima di partire, hanno puntato una torcia sulle onde del mare, indicando una fioca luce in lontananza: “Quella è l’Italia, andate sempre dritto e arriverete in poche ore” hanno assicurato. Il mattino seguente eravamo ancora nel mar di Tunisia, stanchi, affamati e disidratati”. Ibrahim racconta, si sfoga, poi corre veloce e segna una meta, sfonda la linea difensiva, dribbla compagni e pure Luca, l’allenatore. A volte però, guardandolo bene, il suo sguardo si fa vuoto, e lo immagino a ripensare alle sabbie bianche e letali del Niger. Ad una vita incerta e imprevedibile, come i rimbalzi di un ovale. *

 

*Brevissimo testo estrapolato dal progetto (tuttora in corso) “Il rugby visto dal basso”,  ideato da Matthias Canapini e affiancato successivamente dalle fotografie di Chiara Asoli.

 

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