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L’infanzia di Pristina e Đakovica

REPORTAGE: PRISTINA 15 marzo 2014
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 REPORTAGE

a cura di Matthias Canapini

Bambini abbandonati, traumatizzati e soli. Il lavoro preziosissimo di AIBI, ONG italiana che si occupa da anni dei diritti dell’infanzia. Difficoltà quotidiane, famiglie adottive e sorrisi sono lo specchio inascoltato del paese.

“Passare del tempo coi bambini e guardarli ridere, giocare, urlare e meravigliarsi, il più delle volte mi fa pensare. Spesso mi chiedo cosa voglia dire crescere senza genitori. Cerco di capire come si può sentire un bambino quando è privato fin da piccolo di qualsiasi tipo di sostegno affettivo. Non avere nessuno che ti faccia trovare il pigiama sotto il cuscino prima di andare a letto. Nessuno che ti porti a mangiare un gelato al parchetto del quartiere. Nessuno che ti svegli al mattino ricordandoti che è ora di andare a scuola. Le circostanze che mi hanno portato in Kosovo sono da vedere in queste riflessioni e nel mio desiderio di voler approfondire il mondo delle adozioni. Un mondo complicato e burocratico, ma estremamente solidale. Un mondo che ogni giorno cerca instancabilmente di ridar dignità a tutti quei bambini abbandonati a sé stessi…in Kosovo…come altrove.

Arrivare a Pristina e pensare ancora alle manifestazioni di Ankara, ha rafforzato la mia convinzione che ci vuole più di qualche ora di viaggio per focalizzare un nuovo ambiente e le sensazioni che può trasmettere. Ancora frastornato chiamo Mara, una delle responsabili di AIBI (AmicI dei BambinI), ONG italiana che si occupa prevalentemente di adozioni e affidamento minorile…a Pristina, come in altri piccoli distretti delle zone limitrofe. Già prima di lasciare l’Italia si erano resi gentilmente disponibili per contatti e consigli. Fissato luogo e orario d’incontro aspetto il loro arrivo seduto all’ombra di un albero. Un massiccio defender bianco con targa italiana sbuca dopo 10 minuti all’entrata della via. Sono loro. Ci si presenta. Quasi è sorprendente il numero di persone che si conoscono durante un viaggio! Percorriamo un’ampia strada denominata “Bill Clinton Bulvar” (in omaggio all’ex presidente degli Stati Uniti) la quale lentamente ci conduce verso il centro. Prima di raggiungere la sede noto un’immensa chiesa in costruzione posta a fianco di un vescovado. Ovviamente la struttura è l’attuale dimora del vescovo e del suo team religioso. In Kosovo la percentuale dei cristiani supera di poco l’1%.

Davanti ad un vassoio di biscotti ed una tazza di caffè (per gli ospiti servito rigorosamente con la crema di cacao nel fondino) Mara mi istruisce sui dettagli e le contraddizioni più frequenti che il mondo delle adozioni può nascondere. Molti bambini vengono allontanati dal nucleo famigliare perché vittime di abusi, maltrattamenti e incurie di ogni tipo. Fino al 2001 si registravano molti più casi di abbandono rispetto agli ultimi anni, ma in compenso sono aumentati drasticamente i casi di maltrattamento fisico e psicologico. Capita che una madre abbandoni il proprio figlio alla nascita, bussando alla porta di qualche ospedale o confraternita religiosa. Capita anche che alcune donne risposandosi ed entrando a far parte di un’altro nucleo famigliare, abbandonano i precedenti figli quando già hanno 5 – 6 anni. Le relazioni extraconiugali rappresentano una delle maggiori difficoltà da superare a livello sociale. In entrambe le dinamiche la madre del bambino sarà costretta comunque a lasciare le proprie generalità ai servizi sociali, rendendosi cosi rintracciabile per eventuali controlli. Infatti secondo la legge gli assistenti sociali dovranno recarsi per ben tre volte dalla madre biologica del bambino, chiedendogli di firmare e confermare l’abbandono.

Per qualche secondo mi perdo nelle mie riflessioni, e penso al semplice fatto che in mezzo a tutto questo vortice burocratico c’è in ballo l’infanzia e la vita di una persona.

Durante questo ambiguo intermezzo legale il bambino non avrà nemmeno la conferma di essere stato realmente abbandonato e quindi non potrà essere adottato definitivamente. Tenendo con di questo delicato contesto, entra in gioco il fondamentale aiuto di AIBI. Un gruppo di esperti promuoverà l’affido a tutte le famiglie interessate ad accogliere un bambino, spiegandone per mezzo di un corso, il corretto svolgimento all’interno delle mura domestiche. Queste famiglie grazie alla loro solidarietà fungeranno da appoggio transitorio, accogliendo il bambino nel modo più graduale possibile, aspettando(e sperando) che qualche altra famiglia l’ho adotti come figlio vero e proprio. Questa pratica può anche durare 2-3 anni, per motivi che spiegheremo tra poco. AIBI con il progetto “rafforzamento dei servizi in favore dei minori in carico ai centres of social work del Kosovo per motivi familiari” ha introdotto 2 psicologi per regione, che, conoscendo il territorio e la sua “mentalità” possono aiutare le famiglie e accompagnarle lungo questo intricato cammino. Spesso lo psicologo lavora a contatto coi bambini abbandonati dalla nascita o allontanati dalla famiglia d’origine per gravi motivi. Quando anche solo uno dei genitori ha problemi mentali o manifesta comportamenti violenti, la polizia interviene insieme agli assistenti sociali e preleva a forza il o i bambini, mettendosi immediatamente in moto per trovare il prima possibile una famiglia affidataria. Molte prevenzioni partono dalla scuola, dove il bambino trascorre gran parte del suo tempo e dove più facilmente manifesta disturbi. In questo caso le prof.sse abitualmente si accorgono di qualche presunto problema emotivo, ma non si intromettono mai nella vita privata della famiglia. “Gli enti burocratici che dovrebbero darci una mano e sostenerci, il più delle volte non si impegnano come dovrebbero. Vedere persone che lavorano nel settore pubblico da molti anni frequentare i training, quando gli manca la volontà e l’applicazione al mestiere, sono le cose che più demoralizzano” mi spiega ancora Mara. “In Kosovo manca la prevenzione in molti contesti quotidiani…a livello psicologico uno forse non ci pensa, ma se ad esempio una famiglia affidataria mette a letto i bambini e spegne la luce…non sapendo però che quei bambini hanno vissuto in un sottoscala per mesi, che si fa? il trauma si manifesterebbe di nuovo e la fiducia nei momentanei genitori crollerebbe”.

Ci alziamo. La prima cosa che penso è che mi sono messo in una situazione talmente grande che mi pare impossibile da descrivere filo per segno. Fortunatamente mi propongono di andare a visitare il centro “Pan Di Zucchero” una delle strutture adibita a sala- riunioni per le famiglie affidatarie e “parco-giochi” per i bambini. Strada facendo vengo a conoscenza di quella parte di Kosovo ancora mentalmente “chiusa”, quasi autoritaria. Quel Kosovo in mano agli uomini, dove le donne sono spesso sottomesse, picchiate e violentate. Queste dinamiche sono da vedere principalmente nei villaggi, là dove prevale un’agricoltura di sussistenza e la vita è scandita ancora da vecchie regole sociali. Se una donna subisce violenze da parte del marito, ma non ha figli, l’assistenza sociale non interverrà né presterà soccorso di alcun tipo. Ma se una donna si risposa verrà(come precedentemente detto) inglobata nel nuovo nucleo famigliare, dove si occuperà anche dei fratelli del marito. Uomo e donna. Puoi vedere molte famiglie che arrivano ad avere anche 4 – 5 bambine senza smettere di procreare, continuando finché non arriva l’amato maschio. Sapendo che le figlie in futuro andranno a vivere in un’altra famiglia, un figlio maschio è l’unico che può prendersi cura dei genitori, accudirli, ed aiutarli nei lavori agresti.

Arriviamo finalmente alla celebre struttura “Pan di Zucchero”. Situata all’interno di una scuola, si divide principalmente in due salette…incuriosito entro nella stanza da gioco. Puzzle, pupazzi, fogli e colori da disegno, peluche, tende, libri, palloni e birilli. Mentre nell’altra stanza tengono la riunione settimanale coi genitori affidatari, io mi avventuro in questo universo colorato. I bambini mi guardano perplessi, poi iniziano a sorridere e giocare come un attimo prima che arrivassi. Entra una luce tiepida nella stanza, rendendo gli oggetti di un particolare color rame. Aiuto i bambini a preparare una frittata, ma all’invito di assaggiare l’uovo di plastica rimango perplesso, facendoli scoppiare in una risata collettiva. Chiedo i loro nomi. C’è Ardita, Elmedina, Elhame, Shqipe, Leon, Butrini e Fjolla, ognuno coi suoi occhi in grado di trasmetterti qualcosa. Ognuno con un suo sorriso che questa società ingiusta non cancellerà mai. Questi bambini (dai 3 ai 10 anni) provengono da contesti più svariati. Chi è stato allontanato dal padre perché mentalmente instabile, o perché la madre è tossicodipendente e si prostituisce per comprare eroina. Le reazioni dei bambini quindi dipendono dalle situazioni da cui provengono. Molti inizialmente sono timidi, chiusi o traumatizzati anche solo dal contatto fisico.

Dopo aver scattato qualche foto al puerile gruppetto, presto ascolto alle riunione, dove risalta l’argomento “maschio”. Shefki espone la sua idea: “con un maschio ci puoi fare altri discorsi, gli puoi affidare tanti compiti. Un figlio maschio sta alla base di una famiglia, è indispensabile…ormai la vita è senza valori e bisogna rispettare la famiglia” conclude l’uomo.

Molti organi famigliari confermano la voglia di adottare un bambino, ma ancor più aspettano il bambino “perfetto”. Quello che secondo i genitori può incarnare i canoni sociali, estetici ed affettivi. AIBI giustamente suggerisce di dare priorità a quelle famiglie che hanno già un figlio maschio, o che non hanno proprio figli. Altrimenti può accadere che pur di adottare un maschio, discriminano le loro figlie biologiche. Ascoltando queste storie, mi viene in mente ciò che dice da sempre mia nonna: “che mi importa se viene fuori un maschio o una femmina, basta che sono in salute e stanno bene”. Propongo di dare l’umanità in mano ai bambini e agli anziani…

Verso metà pomeriggio termina la nostra visita. Ci allontaniamo a bordo del defender, quando a lato della strada vediamo Fjolla che, accompagnata da Shaka (la mamma) si sbraccia per salutarci. Dopo un centinaio di metri mi volto e vedo scomparire la bimba tra la polvere ed il caos della città, ma immancabilmente con la mano ancora sollevata, come a porgerci un’ infinito saluto…

Faccio due passi in centro e osservando le persone, i locali, i modi di fare, gli atteggiamenti, i saluti, le strade e tutto ciò che si staglia intorno a me, approfondisco la storia attuale del paese, facendo attenzione a ciò che mi propone Mara. Se fino ad ora abbiamo “ammirato” un particolare del quadro, adesso estendiamo il campo visivo fino alla cornice. La maggior parte della popolazione in Kosovo ha meno di 30 anni. La percentuale di disoccupazione (come in tutti gli stati attraversati finora) è molto alta e le aziende sono davvero poche. Qualche ragazzo studia all’università statale. Altri in quella privata che, seppur più costosa può trovarti quasi sicuramente un impiego a conclusione della triennale. Il Kosovo non gode di investimenti esteri e l’economia locale non esporta nessun tipo di prodotto. In compenso importano tanto materiale da Turchia e Serbia. A Pristina si costruisce tanto, troppo forse! Si dà vita a strade e palazzi in pochissimo tempo è vero, ma c’è tanto da ridire sulla qualità delle infrastrutture pubbliche. Sempre più massiccia l’ondata di persone provenienti dalle campagne. Percorriamo il viale principale del centro città. Tanti giovani o uomini di mezza età si ritrovano nei bar. Fumano, bevono caffè, discutono. Altri passeggiano. Sembra una dimensione temporale intatta, quasi che possa durare in eterno. Per nostra “fortuna”, capitiamo in centro il 4 di luglio, giorno dell’indipendenza degli USA. I kosovari, principalmente giovani, in questa giornata rendono omaggio all’intervento americano durante la guerra degli anni 90′. Un intervento che ha lasciato bombe all’uranio impoverito ancora sparse sul territorio. Questo lo sapranno? Capisco che il Kosovo di oggi, a furia di copiare e americanizzare anche gli aspetti più reconditi della sua quotidianità, sta perdendo lentamente le proprie tradizioni. L’ identità del Kosovo si mescola con fattori religiosi, sociali ed economici estranei al suo normale assetto. Si è lottato per avere una provincia autonoma, ma gli abitanti sventolano bandiere albanesi affermando di sentirsi parte integrante del paese vicino. Mi è difficile capire tutto questo. Sono grato ai Balcani per avermi insegnato che quando sei convinto di una cosa, e pensi di aver raggiunto ovvie conclusioni, allora sicuramente hai sbagliato strada. A me è capitato spesso viaggiando qui. Per questo non pretendo niente, ascolto e trascrivo ciò che mi sembra semplicemente più fattibile.

Il 5 luglio (mio ultimo giorno) usciamo da Pristina percorrendo nuove strade da poco asfaltate. AIBI lavora anche a nord, nella zona a prevalenza serba, dove le infrastrutture sono più precise e articolate. Ma per oggi puntiamo a Gjakova – Dakovica, piccola cittadina a circa 1 ora e mezza d’ auto da Pristina. Qui AIBI ha inaugurato una casa famiglia, dove una coppia si prende cura di ben cinque bambini che oscillano dai 3 mesi ai 13 anni. Prima di arrivare l’ombra del “progresso” ci accompagna per km. Ai lati della strada distributori di benzina, autogrill in costruzione…in lontananza diversi centri urbani si perdono nella campagna, verdissima e rigogliosa in questa stagione. La casa famiglia è bellissima, come le persone che la abitano. Si respira fin da subito un’ area di dolcezza e serenità. Mi presento ed osservo il tradizionale saluto kosovaro, sentendomi ancora più invidioso di non parlare la lingua locale. Qui usa salutarsi chiedendo: “Come stai? come sta la famiglia? sei stanco? hai dormito bene?” ed una volta finito tocca a te.

Questa famiglia, come gli altri nuclei affidatari, ricevono benefici per la loro disponibilità. Ricevono 150 euro al mese per la retta dedicata al bambino, mentre i trasporti e le visite specialistiche sono completamente gratuite. In caso una famiglia accudisse un bambino con disturbi o bisogni fisiologici particolari (special needs), la retta mensile sale a 250 euro. Come a Pristina, passo del tempo coi bimbi, li guardo dipingere e giocare. Il lavoro che svolge AIBI, e la solidarietà che le famiglie dimostrano verso i bambini, sono i piccoli ingranaggi che continuano a muovere il mondo. Non il mondo violento, inquinato, egoista che vediamo ogni giorno…ma un’altro mondo, fatto di veri rapporti umani, dolcezza, serenità ed attenzioni a chi sta peggio di noi. Peccato che questi due mondi vanno a braccetto. Riprendiamo la strada vecchia per Pristina (quella nuova è bloccata). Ancora una volta mi lascio indietro tante storie. Ideali che resistono. Saluto il Kosovo come una bimba della casa-famiglia ha salutato me…con una stretta di mano ed un gran sorriso”.

Matthias si occupa di reportages foto-giornalistici muovendosi come freelance e collaborando con ONG locali e internazionali. Ha finora viaggiato nei Balcani,Turchia e Caucaso per documentare svariate tematiche, dalle proteste in Bulgaria alle adozioni in Kosovo, dal ricordo del genocidio di Srebrenica alle linee ferroviarie in Albania . Passando per la memoria del Vajont e la resistenza della Valsusa. Durante i suoi ultimi viaggi è entrato due volte  in Siria per documentare le condizioni dei campi per sfollati siti a pochi km dal confine.      

Contatti: Pagina FB / email:canapini.matthias@gmail.com

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