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IL “NOSTRO” DON EDUARDO GALEANO

FANO 14 aprile 2015
don galeano

Come non parlare della recente morte di Don Eduardo Galeano, giornalista, scrittore e saggista nato in Uruguay ma dalla discendenza gallese, tedesca, spagnola e italiana. Un vero melting pot. O mestizaje come direbbero in America Latina. In alcuni suoi testi denuncia lo sfruttamento delle terre e genti sudamericane da parte dei poteri stranieri. I suoi personaggi sono generali, artisti, rivoluzionari, conquistatori e conquistati.

Proprio per questo anche la scrittrice e poetessa guatemalteca Ilka Oliva Corado, che da sempre si definisce “indocumentada” “iletrada” e da sempre vicina agli operai, ai contadini, agli eterni proletari, gli dedica alcune parole dal profondo della sua sensbilità.

…. Con la morte di Don Eduardo siamo rimasti orfani. In una sensazione di abbandono unita alla densa oscurità della sconsolatezza, un uomo che si era sempre distinto per guardarci dritto negli occhi, se ne è andato. Un uomo che si azzardava a darci un nome, a camminare al nostro fianco e a caricarsi sulle spalle la sofferenza di una classe sociale sfruttata dai tiranni.

Se ne è andato un intellettuale che si era sempre comportato come un umile lavoratore, e proprio questa grandeza umana è ciò che lo rende immortale.

Ora in tanti stanno versando lacrime per lui gli intellettuali, i rivoluzionari, gli uomini giusti e di conseguenza anche l’esclusivo mondo delle editoriali, della poesia e la buona letteratura.

Anche noi, gli invisibili, piangiamo per lui. Per la sua morte versano lacrime le mani delle bambine che raccolgono il caffè negli aridi campi, i ventri materni che portano al loro interno il frutto di una violenza, gli adolescente incarcerati per l’unico delitto di essere della periferia. Le prostitute, gli omosessuali, i drogati, i fetidi rivoluzionari di tutti i tempi.

Noi lo piangiamo perchè abbiamo bisogno della sua luce, della sua lealtà. Del suo polso duro e certo, della sua parola giusta e della sua dignità. Proprio noi, gli ingannati, lo piangiamo. Noi che viviamo ai margini, noi che odoriamo di semplicità, noi che non possiamo sognare. Noi i nessuno. Siamo rimasti senza “El Bastión” (il punto di riferimento).

Come riempire questo enorme vuoto? Come sopravvivere a tanta solitudine?

Ci rimangono il suo seme, la sua poesia, la sua libertà. Ci lascia l’illusione di continuare, ci lascia la sua prosperità. Ci lascia l’elisir della follia e l’allegria di sognare. Ci lascia i fiori della cordigliera, il canto della chicharra (cigarra), ci lascia la porta aperta e la sua chiarezza. Ci lascia l’amore profondo della fratellanza, il senso di solidarietà, ci lascia l’eterna lotta per l’uguaglianza. Ci lascia la sua sincerità, la sua grazia, la sua fedeltà.

Se ne è andato dai quartieri, dalle montagne, dalle grandi città, dai campi coltivati, dalle strade  terrose, dai saloni delle università.

Buon viaggio maestro. Ci mancherà.

 

Ilka Oliva Corado. @ilkaolivacorado.

13 Aprile 201

Stati Uniti

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