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FATIMA

di Sabrina Gouizi

Era mattino presto nella piccola cittadina in cui viveva mio padre, a trenta chilometri dalla città bianca, la meravigliosa Algeri. Ero andata a trovarlo per il mese di luglio ed ero arrivata da soli tre giorni. La finestra della mia camera era aperta ed entrava talmente tanta luce da riuscire a raffigurare ombre su ogni angolo di parete. Mi stavo infilando dei pantaloncini ancora riposti nella valigia quando sentii suonare il campanello di casa “ Vai tu!” mi urlò papà dalla sua stanza. Ogni volta che arrivava un ospite – e in pochi giorni già avevo visto almeno trenta persone, tutti membri dell’immenso parentado – mi saliva in corpo una tale adrenalina da farmi sudare mani e piedi. Aprii in fretta la porta della camera, attraversai di corsa il corridoio finendo per perdere una scarpa, passai per la sala e dopo essere saltata sopra tre scalini rischiando di farmi male, arrivai in giardino. Aprii la porta e la vidi. Era di spalle e stava pagando il tassista. Portava un lungo chador grigio chiaro che le copriva i piedi; in testa aveva un hijab marrone con delle linee grigio – scure. Nei secondi prima che si voltasse, pensai a quanto fosse in gamba questa donna di ottantaquattro anni che da sola aveva preso l’aereo partendo dalla città del deserto in cui viveva e che distava più di seicento chilometri da casa di suo figlio, direzione Algeri, e che una volta arrivata aveva preferito prendere un taxi per non pesare su nessuno e allo stesso tempo farci una sorpresa. Il taxi stava facendo retromarcia e Fatima, mia nonna, ancora di schiena, si stava chinando per prendere la piccola valigia che aveva portato con sé. Allora mi svegliai dal sogno, mi ripresi in una frazione di secondo, feci un balzo verso di lei – tanto da spaventarla!- e le afferrai la borsa. Si girò lentamente. Il suo viso era colmo di rughe, i suoi piccoli occhi azzurri mi stavano fissando, quando sorrise di un sorriso così tenero e colmo di affetto da farmi scendere una lacrima di gioia. Ci abbracciammo senza dirci nulla. Era piccola tra le mie braccia e quando le diedi un bacio sulla guancia destra, spostai senza volere il foulard che fece intravedere una piccola ciocca di capelli color rame. L’henné mi fece pensare alla terra rossa su cui giocavo da piccola assieme ai miei cugini. Entrammo nel giardino, mano nella mano, ci chiudemmo alle spalle la porta e con essa nove lunghi anni di silenzio e assenza e andammo verso mio padre, il quale aveva osservato la scena sin dall’inizio e rispettoso dei sentimenti altrui non aveva osato interromperci. Mia nonna si sedette sull’erba fresca e curata, sotto un albero di fichi. La osservavo da dentro casa, seduta su di una panca nella veranda. Mi raggiunse mio padre. Gli chiesi come stesse mia nonna. Rispose “bene”. Volli accertarmi che non avesse problemi di salute troppo gravi, del resto aveva più di ottant’anni. E così aggiunsi “Come bene? Ma non aveva dei problemi al cuore?” Mio padre rispose “Sta bene. Ora sta bene. Ha riabbracciato la sua nipotina… tua sorella e tuo fratello arriveranno la prossima settimana. Come potrebbe stare male? E’ quello che attende da nove anni! Dai vai da lei.” Avevo ventisette anni e fino a quel momento non avevo mai riflettuto abbastanza sul termine “stare bene” e sul suo rapporto non troppo dipendente dalla salute. Mi sedetti accanto a lei e tirai fuori dalla scatola il mio algerino elementare che a fatica riemergeva dopo vent’anni di puro italiano e dissi “Uescraki Omma?” (Come stai Nonna?). Mi rispose con una vocina flebile ma parlando a ritmo serrato. Compresi poco ma non m’importava perché, pur non capendo il significato di tutte le parole, comprendevo il senso del discorso. Nei cinque minuti successivi in cui gesticolava, raccontava del suo viaggio faticoso – credo! – ho capito pochi termini come “tomobil” (automobile), “scems” (sole), “benti zina” (bella figliola) e osservando i tratti del suo volto così espressivi ed energici mi sono tornati alla mente i ricordi degli anni in cui alle elementari si era presa cura di me dandomi tutto l’amore del mondo. All’improvviso si alzò e mi disse qualcosa che non compresi. La lasciai andare, del resto una persona come lei non ha bisogno di avere attorno una balia. La ritrovai dopo poco sdraiata in un lettino all’angolo della sala, dormiva. Le diedi un bacio sulla fronte e ringraziai Dio per avermi permesso di essere lì in quel momento.

                                                                                                                                                                                     …..a mia nonna, lassù.

(racconto del 2006)

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