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UCRAINA: È GUERRA A DUE PASSI DA CASA

8 agosto 2014
Ucraina, agosto 2014

REPORTAGE

a cura di Matthias Canapini

Il temporale della sera precedente ha lasciato visibili tracce sull’asfalto. Rami spezzati, cartacce bagnate e profonde pozzanghere mi accompagnano fino in stazione. Come fosse un rituale già stabilito trovo posto con calma nella penultima carrozza di un treno diretto a Bucarest. Tempo 10 minuti e siamo già in viaggio, tra sbadigli e teste ciondolanti. Al di là del finestrino si susseguono immagini e paesaggi di altri tempi. Vecchi e affascinanti paesini dalle tegole rosse incastonati tra montagne e fiumi impetuosi … poche macchine, ma una gran quantità di carretti in legno trainati da cavalli o ciuchini. Intravedo anziani pastori, contadini e agricoltori parlottare nella coltre nebbiosa del mattino. Pranzo insieme a Nela, una ragazza macedone conosciuta a bordo del cigolante BOSFOR EXPRESS. Assaggio due panini con salsiccia e formaggio tipici di Skopye, seguiti poi da qualche biscotto all’arancio. Poi è il turno di una coppia italiana. Si fanno avanti riservatamente chiedendomi da dove vengo. Loro abitano a Varna, pensionati di ritorno a Torino per qualche settimana. Parliamo dell’Ucraina, del lavoro che svolgono giornalisti e reporter, fino a salutarci alle porte di Bucarest. “sta molto attento, non c’è più umanità in giro … buona fortuna.” Non è un saluto molto incoraggiante – penso tra me e me – ma sempre meglio di niente. Il treno diretto a Kiev è semivuoto e dalle poche cuccette occupate fuoriesce musica tipica rumena con rapide punte sul genere house. Un intenso odore di carne arrosto si propaga dal vagone ristorante e per resistere alla tentazione decido di sdraiarmi sulla brandina, bere birra ed ascoltare musica. Il viaggio sarà caratterizzato fino al mattino seguente da una apparente calma. Quasi una monotonia cronica rotta a tratti dalla presenza di cani affamati in cerca di cibo o dagli sguardi dei poliziotti annoiati vestiti in mimetica.

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Giorno 1 – BISCOTTI, CARAMELLE E PELUCHE.

Alle 9.18 spaccate il treno rumoreggia, scricchiola e si ferma infine al binario 11 della stazione di Kiev. Appena messo piede a terra vedo Masha (responsabile dei progetti AIBI in Ucraina). Molto gentilmente, già dalle prime e. mail inviate un mese fa dall’Italia, Masha si era offerta di incontrarmi, condurmi per le vie della città, spiegarmi la situazione attuale del paese, organizzare visite alle famiglie sfollate dall’Est nonché pianificare varie interviste. Tutto ciò che verrà poi lo devo esclusivamente al suo aiuto ed alla sua pazienza. Evitando pedoni, operai al lavoro, studenti di corsa, bottegai e controllori, presto attenzione alle prime info date da Masha: “da circa 1 mese sono spuntati i primi avvisi connessi alla presenza di mine o bombe nelle metropolitane, identificati come possibili attentati. La tensione è molto alta, già ci sono state 2-3 evacuazioni ma per fortuna non si sono registrati incidenti finora”. Saliamo per le scale in cemento che ci separano dalle vie affollate di Kiev, lasciandoci dietro una vecchia mendicante con una gamba brutalmente amputata all’altezza della tibia. “Nessuno si aspettava che accadesse una cosa simile, tantomeno con la vicina Russia. Gli sfollati, le case distrutte, la guerra nelle zone ad Est! Come popolo abbiamo sempre creduto nella fratellanza e vediamo il mondo cosi come è senza bandiere o nazionalismi” prosegue Masha scorrendo alcune icone o foto-simbolo nel pc del suo ufficio. Mentre parliamo davanti ad una tazza di Thè con biscotti arrivano le ultime news: 10 carri armati filorussi diretti a Donestk. “Ogni giorno è cosi, per fortuna qualche pagina sui social network o blog ci tengono aggiornati su ciò che accade a sole 5-6 ore da qui. Gran parte delle notizie che passano sui media sono false e quindi l’unico modo per fare vera informazione ed aiutarsi l’un l’altro è affidarsi al tam-tam su fb. Per non parlare dei media russi, completamente di parte, limitativi e inadeguati per descrivere la realtà. Sembra di tornare ai tempi dell’Unione Sovietica dove da ambo le parti una coltre di fumo non fa vedere ne capire … non esiste logica!”. Ci arriva la prima conferma per visitare un “campo sfollati” sito a qualche km dal centro. Partiamo. Ci fermiamo in un supermercato lungo la strada per comprare uno scatolone di caramelle ed uno di biscotti per i bambini del campo. Io mi porto dietro qualche peluche messo previdentemente nello zaino ancor prima di partire dall’Italia. Dopo 10 minuti buoni di camminata ci troviamo di fronte una fabbrica abbandonata caratterizzata da un triste colore grigio e da cavi metallici e gru ormai dismesse e inutilizzate. Nello spazio interno, tra prefabbricati, container e magazzini ci vivono 200 persone, 60 bambini in tutto di cui 4 disabili. Sono famiglie scappate da Slovyansk e Kramatorsk. Vivono in due ampie tende coi colori dell’Ucraina: un blu intenso diviso a metà da una striscia orizzontale gialla. Dormono in un largo magazzino adibito a dormitorio. La parte sinistra per le famiglie, la destra per single, ragazzi/e o persone scappate sole dal conflitto. In una delle tende raccolgono vestiti, cibo in scatola e sono presenti numerosi tavolini per mangiare. Tantissimi volontari, anche giovanissimi portano ogni giorno degli aiuti … giochi per i bambini, vestiti, medicinali, cibo, prodotti per l’igiene. Alcune persone hanno trovato un lavoro a Kiev, chi ha affittato un appartamento in centro. Altri hanno proseguito verso Ovest, la zona del paese considerata più sicura ora come ora. I panni sono stesi tra due blocchi di cemento ed una gran quantità di legna è ammassata negli angoli del cortile. Sguardi stanchi invadano l’aria fino a stamparsi sugli occhi dei bambini che ti guardano curiosi. Due bambine stanno lavando i piatti in un lavandino improvvisato – mi diranno poi che fino a pochi giorni prima usavano un’enorme bacinella per lavare piatti e vestiti, ma dato il numero progressivo degli sfollati hanno dovuto ingegnarsi – ed un uomo è intento a spostare pesanti bombole di gas fin dentro un magazzino. Ci viene incontro Alexey Pretov, robusto ragazzo dagli occhi azzurri, il quale organizza la campagna di aiuti e donazioni oltre a dare una mano per migliorare le condizioni di chi per ora non può andarsene. Mi concede cortesemente un’intervista all’ombra di un gazebo. “ Il punto di fuoco ora è la città di Donestk, molte zone colpite sono parzialmente distrutte ma chi può torna di corsa a casa … preferiscono rimanere là che abbandonare le loro mura domestiche. Io ed altri miei amici eravamo volontari pro-Ucraina, dipingevamo le bandiere russe issate tempo fa nella nostra città con i colori del nostro paese. Filmavamo ogni giorno la realtà con i cellulari o piccole telecamere … ciò che accadeva per strada e le violenze a cui assistevamo. Mi conoscevano tutti nel quartiere! Già se sei ortodosso è un problema! Lungo il confine, nelle zone dove vivevo molti vorrebbero integrarsi con la Russia e quindi c’è una grande presenza di protestanti rispetto ad altre zone del paese. Sta di fatto che vivevamo sul fronte della guerra ormai imminente, ed un giorno l’armata russa ortodossa – a giustificare il ruolo della chiesa, aggiunge sorridendo – ci ha catturato. Ci facevano metter in ginocchio dicendo di pregare perché ci avrebbero ucciso. I nostri amici intanto continuavano a cercarci e fortunatamente grazie a l’intervento di un nostro conoscente tra le fila dell’esercito russo siamo riusciti a scappare. Ora do una mano qui … fortunatamente la chiesa e singoli imprenditori hanno aiutato gli sfollati …  purtroppo a volte il cibo scarseggia e ci diamo il turno per mangiare”. La tensione e la preoccupazione nel volto delle persone. Come mi è capitato a Sofia la settimana scorsa, molte persone non vogliono farsi riprendere ne fotografare, alcune hanno addirittura paura di parlare e raccontarmi qualcosa. Ovviamente non insisto e  mi limito ad osservare. Si avvicina nuovamente Alexey “pensa che mi ero appena sposato ed avevo comprato casa da pochi giorni! Al prete che ha celebrato il mio matrimonio è andata molto peggio … è stato trovato morto nella sua macchina. Solo nel cofano e parabrezza hanno contato 50 colpi di kalashnikov”. Entriamo in un ufficio di colore bianco, nessun quadro alle pareti. Conosciamo Lina Sokolova ed il marito Andrei, 3 figli di cui 2 adottati. Sono sfollati da Alcevsk e sono arrivati qui a Kiev il 10 giugno. Anche loro danno una mano come responsabili aiuti dentro al campo. Lina si siede su un comodo divano marrone, mi guarda ed esordisce: “Le persone rimaste nei centri di fuoco nelle zone Est sono lasciati a loro stessi. Nella nostra città è rimasto un centro per anziani completamente abbandonato dal personale. Molte persone stanno soffrendo la fame e da qui proviamo a mandare qualche aiuto ma il prezzo dell’olio ad esempio è cresciuto di 4 volte. Alcuni civili hanno scelto di rimanere li ed aiutare i più bisognosi … loro sono eroi, non quelli che adottano bambini” afferma sorridendo dolcemente. Schiaccio il testo play della macchina e Lina continua serena e determinata: “siamo scappati qui a Kiev perché verso la fine di maggio numerosi soldati russi sono arrivati in città … è iniziato tutto cosi, molto semplicemente. La situazione poi si è aggravata quando per le vie di Alcevsk è arrivata l’artiglieria pesante e tante macchine militari. Mi sono fatta coraggio, avevo molto paura ma sono comunque andata oltre a chiedere spiegazioni. Tutti ragazzi giovani, alti, muscolosi, ben equipaggiati, armi professionali, vestiti come nei film! Ho chiesto da dove venivano e mi hanno risposto velocemente in russo: Rastov … per poi tornare alla loro conversazione.  Mentre mi allontanavo ho guardato negli occhi uno di loro. Occhi freddi, profondi, ed ho capito che erano venuti per ammazzarci tutti quanti. Sono tornata di corsa a casa, abbiamo preso i bambini e siamo partiti. Già iniziavano a sparare per strada, molti soldati si stavano addestrando nel centro città e le persone come noi avevano paura anche solo di uscire o comprare qualcosa al negozietto del quartiere. Questo è accaduto il 10 giugno. La cosa più incredibile di tutto ciò è che mio fratello combatte dall’altra parte della barricata, nelle fila dei separatisti filorussi. Mi ha detto di scappare da Kiev perché le forze russe entreranno in Ucraina e arriveranno fino a qui. Io credo che ai soldati gli incoraggiano anche in questo modo, infondendoli sicurezze non confermate. In ogni caso siamo scappati appena in tempo e ringrazio Dio per questo. Ora la città è in preda al caos, non c’è pane ne acqua, molte abitazioni sono completamente distrutte e gruppi armati di banditi pattugliano le strade. Questa è la mia storia, raccontata senza filtri e vista con i miei occhi … Non so dove finiremo ma affronteremo ogni situazione con fede e coraggio”. Il finale è un tuffo al cuore, stringo la mano a Lina e rifletto sulle sue parole. Dalla metà di aprile si contano almeno 1.150 morti tra civili e militari e più di 3.400 feriti. Esecuzioni sommarie e stupri. Profughi e sfollati interni. Penso alle storie incontrate in Siria, in Bulgaria, ed a quelle che potrei e potremmo ascoltare a Gaza, Iraq, Afganistan o Kurdistan. Un turbine di dolore, stanchezza, rabbia, rassegnazione, tristezza che non vede sfogo se non in dubbi o incertezze quotidiane.

È quasi pomeriggio inoltrato. Io e Masha salutiamo, ringraziamo tutti per la disponibilità e la gentilezza e torniamo verso il centro a bordo di un rapido metrò. Osservo le facce dei presenti, portandomi dentro ogni singolo sguardo di quelli appena incontrati e già lasciati.

Verso il tramonto mi personifico in un pony – express per consegnare dei documenti ad Olga, figlia adottiva di una amica risiedente in Italia. Ci sediamo nelle scalinate di fronte al mastodontico stadio di calcio. So che Olga è un infermiera già dai tempi dei disordini in piazza Maidan, cosi gli chiedo come vede la situazione anche attraverso il suo lavoro. “A febbraio ci trovavamo vicini a Maidan, lavoravamo in un sobborgo di Kiev. C’era la fila nei supermercati per comprare da mangiare e far scorta di cibo o per ritirare soldi al bancomat. Poi fortunatamente è tornata la calma. Ora invece ci stanno arrivando le prime vere info, anche grazie al lavoro di molti attivisti. Le voci corrono, si parla di centinaia di morti ad Est, città nel caos, stupri, rapine e sequestri. Le persone più vicine agli scontri stanno impazzendo, non sanno cosa fare! Se coltivare la terra o continuare ad allevare animali! A che pro – mi riferisce Olga in un italiano zoppicante, fissandomi negli occhi – non ci sono certezze, intere famiglie stanno scappando perché la guerra incombe e molti hanno paura che tutto peggiorerà drasticamente. E tra le altre novità di questi giorni, al lavoro stanno parlando di introdurre una norma che vede il ritiro di una parte del nostro stipendio per comprare sostentamento alle truppe”. Le nostre strade si dividono ed il mio breve compito come pony- express è giunto al termine. Torno verso l’ostello con una bel mal di testa ed una tensione mista a preoccupazione salirmi da dentro.

Giorno 2 – DALLA LINEA DEL FRONTE ALL’OSPEDALE.

Le notizie aumentano, rimbalzano, creano nuove pagine sui social network e la preoccupazione, il malcontento, la paura generale cresce sempre più. Secondo la maggior parte dei cittadini ucraini e delle persone  scappate dall’Est, coloro che la guerra l’hanno vista con i propri occhi, osservando le varie dinamiche che ruotano intorno ad un conflitto, non c’è ombra di dubbio che si tratti di una invasione via terra a tutti gli effetti. Ciò che è da capire è chi sono i veri protagonisti del conflitto e chi se ne sta in disparte pur speculandoci sopra. Secondo molti, dopo i violenti scontri in piazza Maidan le forze russe hanno avviato una massiccia campagna militare per occupare la Crimea. Punto strategico per la flotta nautica, ma soprattutto per impadronirsi delle proficue risorse naturali che caratterizzano il Mar Nero. Un patrimonio che non si espanderebbe solo in una ristretta parte a ridosso della penisola ma correrebbe da Rostov fino a Sebastopoli e oltre. Occupando l’Ucraina costerebbe molto meno anche far costruire nuovi gasdotti da portare direttamene alle porte d’Europa. Senza tener conto che il problema dei gasdotti sta già causando problemi notevoli negli ospedali comunali e nei campi sfollati improvvisati nelle periferie delle città. C’è chi dice che la Crimea già soffre per mancanza d’acqua potabile, chi afferma che soldati russi sono presenti lungo i confini nord, a soli 100 km da Kiev, oppure c’è chi dichiara che la Russia sta prelevando soldati e tagliagole con esperienza in Cecenia o Georgia gettandoli nella mischia dell’Est in guerra. Alcuni credono che la situazione peggiorerà, portando l’Ucraina sul baratro di un conflitto aperto. Anche toccare con mano le storie e recarsi sul posto direttamente, a volte non basta per avere conferme  o certezze su ciò che realmente sta accadendo. Non nascondo il fatto che stando da questa parte della barricata (Ucraina) è difficile avere un altro punto di vista rispetto a ciò che potrebbe pensare un cittadino russo. Fino ad ora ho scelto di raccontare semplicemente le storie dei civili proprio per questo. Credo sia molto difficile capire un cambiamento politico e culturale, soprattutto se estraneo alle dinamiche giornaliere a cui sei abituato. Senza esperienze ne competenze adeguate maturate nel tempo, credo sia quasi impossibile offrire una propria visione della tematica. Non lo ritengo giusto ne rispettoso nei confronti di chi il paese lo conosce e irrimediabilmente lo vive. Mi sono sempre trovato più a mio agio tra i bambini, le donne, gli uomini comuni rispetto a professori, dottori o politici …

Raggiungo Masha in ufficio e inizio nuovamente a porle domande, per capire e approfondire ulteriori contesti. Chiedo ad esempio se c’è la totale partecipazione da parte dei cittadini ucraini oppure se molti se ne fregano o evitano di vedere il pericolo attuale. “Nessuno è indifferente. La guerra ormai ci ha raggiunto dentro casa, pur vivendo a 600 km dagli scontri. Ci ha raggiunto perché un gran numero di famiglie ucraine ha almeno un figlio maschio che è stato chiamato alle armi pochi mesi fa. Chiunque ha fatto il servizio militare viene buttato nelle zone calde ad Est. Molti stanno tornando a casa avvolti in bare di legno. Ma la cosa che fa arrabbiare è che i corrotti sono rimasti al potere sebbene il presidente sia cambiato. È inaccettabile che anche in queste situazioni ci siano persone che se ne approfittano. Pensa che a volte sono i famigliari a comprare i  giubbotti antiproiettile ai propri figli … carne da macello, nient’altro. Non hanno nemmeno l’equipaggiamento adatto per combattere. Però ci sono molti ragazzi, giovani e meno giovani, che hanno scelto di arruolarsi volontariamente per difendere la propria terra”. Questa sfera umana mi interessa molto e chiedo a Masha se sia possibile incontrare i soldati feriti di ritorno dal fronte … per scambiarci due parole e sentire anche la loro testimonianza. Circa 2 ore e 3 chiamate dopo, imbracciando una busta di pesche appena comprate, siamo diretti all’ospedale militare di Kiev! Un gran via vai di barelle, dottori, soldati di guardia, feriti, bellissime infermiere dagli occhi azzurri e cellulari che squillano. I famigliari che vanno a trovare i loro cari incerottati, feriti o mutilati, senza una gamba o un braccio, o con una parte di corpo mancante. Tanti volontari che portano ogni giorno aiuto come medicinali, cibo, bevande fino a riempire letteralmente i magazzini dell’ospedale. Provo un gran senso di unione e fratellanza vedendo tutto ciò. Piccoli gesti che trasmettono affetto e contatto umano. Saliamo al quarto piano dell’edificio. Con una mano sulla stampella e l’altra sul corrimano sta scendendo in quel momento un soldato rimasto gravemente ferito. Avrà si e no 20 anni, come la maggior parte di quelli che vedremo camminare nei dintorni dell’area. Ragazzi di un’età compresa tra i 18 ed i 25 anni. Ha perso completamente una gamba e l’atra è scavata fino all’osso e rammendata con infiniti punti, garze e fasce da cui si intravedono croste e ferite ancora fresche. Un bella botta nello stomaco vederlo scendere lentamente. Chiediamo di parlare con un soldato ferito. Ci viene incontro la moglie. Lei è Lilia, il marito si chiama Fedir. “Mio marito ha 39 anni. Intorno a metà marzo è arrivato l’avviso a casa con cui richiamano i militari al fronte. Se ti opponi alla norma rischi dai 3 ai 5 anni di carcere. Il 23 marzo è partito e l’11 luglio è rimasto ferito. Sono stati circondati dall’artiglieria pesante e Fedir non ha fatto in tempo a raggiungere la trincea e si è riparato sotto un carro armato. Il ragazzo di fianco a lui, di 19 anni soltanto, è morto sul colpo mentre mio marito ha riportato una gravissima ferita alla pancia, parte dell’intestino è stato asportato, la gamba sinistra è scavata fino all’osso e gli hanno dovuto pure ricucire parte della guancia. Ora le ferite sono ancora fresche, è stato operato anche ieri pomeriggio e non riesce a camminare. Spero che si riprenda del tutto”. Osservo quel caschetto nero e quegli occhi azzurri di fronte a me, intravedendo per un attimo tutto il dolore che possono racchiudere. “Fedir mi ha anche raccontato delle condizioni terribili in cui vivevano al fronte. Erano costretti a dividere la porzione di 1 giorno e farla durare almeno per 4. Bevevano per lo più acqua piovana e non avevano tende adeguate per dormire o per ripararsi dai temporali. Spero che tutto si risolva presto, abbiamo due bambini di 8 e 2 anni che ci aspettano a casa”.

Percorriamo corridoi silenziosi e vuoti. Il rumore dei passi riecheggia tra le pareti in cemento. Dalle porte semiaperte che danno sulle camerate intravedo corpi distesi, sfibrati … molti amputati. Entriamo in una nuova camera stranamente soleggiata ed incontriamo Sasha, soldato di 29 anni. Ha perso la gamba sinistra fin sopra la coscia. “Credo che con questa guerra abbiamo l’occasione per cacciare la mafia e lo schifo dal nostro paese. È arrivato il richiamo a casa e sono partito il 31 marzo! 2 settimane di formazione e via nelle regioni ad Est. L’8- 9 maggio ero già a Lugansk”. Veniamo interrotti da due ragazzi … vogliono ringraziare Sasha per quello che fatto, per aver combattuto e difeso l’Ucraina. Iniziano a pregare e gli allungano circa 20 euro nella mano destra. Mentre la preghiera va avanti do un’occhiata in giro. Altri 5 letti sono occupati da soldati di un’età compresa tra i 18 e 30 anni.  Numerosi disegni fatti da bambini coprono le  pareti in legno. Raffigurano colombe bianche, arcobaleni, fiori ma anche armi e soldati in mimetica. Il duo si congeda e proseguiamo con l’intervista. “Eravamo nelle vie di Lugansk quando ci hanno sparato addosso. Colpi di mortaio, missili, artiglieria. Mi hanno mirato per 4 volte ed infine mi hanno colpito alla gamba … una lesione gravissima … non c’è stato niente da fare! I separatisti hanno occupato altre zone e stanno avanzando ma hanno ammesso che nemmeno loro credevano di trovare una simile resistenza tra le nostre fila – dichiara a gran voce alzando il pugno in segno di vittoria. Ora le strade per raggiungere l’Est son piene di posti di blocco ed alcuni nostri soldati sono stati catturati dalle forze russe. Il giorno in cui sono rimasto ferito, i soccorsi hanno tardato … i fili dell’alta tensione impedivano l’atterraggio dell’elicottero … era un turbine di scintille, spari e folate improvvise di vento. C’è da dire però che i separatisti filorussi, quando il personale medico ci offriva i primi soccorsi cercando di farci evacuare, non hanno sparato. Facevano uscire i feriti e con noi i civili indifesi … almeno da noi è stato cosi, altrove non so”. Ringraziamo nuovamente ed usciamo fuori, a prendere una boccata d’aria tornando verso il centro. Una delle ultime storie che ascoltiamo è quella di un giovane soldato che si è portato nello zaino la sua gamba tranciata dal resto del corpo. Sono riusciti a riattaccarla, ma ora ha la gamba sinistra più corta di 15 cm rispetto all’altra. Sensazioni, emozioni, stati d’animo si inseguono tra loro … non trovo parole per descrivere tutto ciò, se non ripercorrere le testimonianze e dar voce alle persone incontrate. Saluto Masha al bivio tra il Mc Donald ed un ampio negozio di vestiti, supero due incroci e mi perdo in ciò che rimane della celebre piazza Maidan, luogo di scontri e pesanti manifestazioni avvenute in febbraio. Mi avventuro tra le poche barricate rimaste. Muri di gomme, legna, calcinacci, mattoni, teloni e cartone bruciato. Un luogo simbolo diventato quasi un monumento dimenticato dove farsi fotografare o passare monotone giornate senza sprint. Continuo a camminare tra le tende, legate o infilzate direttamente nell’asfalto con robusti picchetti in metallo. Bandiere ucraine svolazzano in cielo, legate alle estremità di prominenti pennacchi … caschi, scudi e armi usate nella rivolta di febbraio marciscono tra la ruggine, sotto il sole cocente o la pioggia scrosciante. In un avamposto svetta la bandiera della rivoluzione siriana. Da alcune tende fuoriesce musica tecno e qualche reparto è adibito a negozietto souvenir dove puoi trovare magliette pro Maidan o maschere anti gas. Altri agglomerati di tende invece sono diventati alloggi o sala mensa dove senzatetto o barboni possono riposarsi e rifocillarsi. Nella parte nord della piazza stanno cominciando a smantellare e portare via i basamenti delle barricate. “I veri rivoluzionari – mi diranno poi – si trovano ad Est, non a Maidan … le tende che vedi costano molto ma dovrebbero essere inviate al fronte per essere utilizzate dai nostri soldati. Come in ogni situazione, c’è chi se ne approfitta”. Mi allontano lentamente con un suono struggente di tromba come sottofondo.

Giorno 3 – BAMBINI IN FUGA

È l’alba! Mi sveglio di soprassalto, il cellulare cade dal letto a castello ed esplode. Non male come inizio. Mi riprendo in fretta e mi dirigo verso il luogo dell’appuntamento. Masha mi aspetta al capolinea della stazione metrò per poi raggiungere insieme Puscha Voolitsa, località fuori Kiev dove circa 40 bambini sfollati da Donestk hanno trovato rifugio pochi giorni fa. Il centro medico offre cure per i bambini affetti da radiazioni post – Chernobyl … un luogo tranquillo, ventilato, immerso nel verde. Un luogo per pensare, giocare e distrarsi, cercando di recuperare le forze mentali e fisiche. Quando arriviamo sul posto incontriamo 3 persone (due donne ed un ragazzo) le quali stanno portando dei giocattoli ai bambini. Puzzle, peluche, palloni e pupi. Io e Masha abbiamo portato nuovamente biscotti e per cambiare qualche pentola. Possono sempre essere utili no? Parliamo con Liubov, signora energica e decisa. Attivista pro – Maidan fin dall’inizio della protesta, nonché infermiera e medico. “Siamo andati di persona a Sloviansk con un furgoncino per evacuare i bambini che da settimane vivevano negli scantinati, in piena guerra. È molto difficile far evacuare i civili ora, l’esercito ucraino organizza corridoi umanitari ma stanno aumentando i check point lungo la strada. Giungono voci che i separatisti bloccano i corridoi umanitari, sparano ed evitano persino ai civili di evacuare. I quartieri popolari sono presi di mira e bombardati. Quando abbiamo portato gli aiuti al fronte, eravamo 15 macchine più 2 camioncini. Una gran campagna di solidarietà per appoggiare le nostre truppe nelle zone ad Est. Avevamo cereali, bevande, giochi, vestiti, coperte e prodotti per l’igiene, e inoltre caschi e giubbotti antiproiettile. Ora sono arrivati 40 bambini da Sloviansk, 8 da Donetsk più i 10 bambini già presenti nella clinica provenienti dalle zone limitrofe a Chernobyl. Qui si mangia bene, giocano tra il verde ed hanno già fatto esami medici per accertarsi che almeno fisicamente stiano bene”. Liubov si interrompe mostrandoci alcune foto dalla sua macchinetta. Nel piccolo schermo si vedono case distrutte, posti di blocco, i volontari che indossano giubbotti antiproiettile e le macerie di un ormai ex sanatorio per malati mentali, occupato di forza dai separatisti ma liberato dall’esercito ucraino. Peccato che una volta scoperti, i filorussi abbiano fatto esplodere l’impianto, riducendolo ad un ammasso di calcinacci e mattoni. “Quindi una volta organizzato il piano per evacuare i bambini, abbiamo avuto i permessi dal ministero della sanità ucraina, l’amministrazione ha dato l’ok ed eccoli qui. Ora sono aiutati da un sacco di volontari che fanno parte della fondazione di beneficenza – Noi crediamo in Ucraina – persone comuni che risiedono a Kiev, vogliosi di prodigare benevolenza e affetto … per una causa che ci unisce tutti”. Entriamo dentro alla struttura, un luogo davvero calmo dove regna serenità e pace. In pochi minuti, passeggiando lungo uno dei viali principali, veniamo accerchiati lentamente da un gruppo di bambini curiosi. Ci avvisano che la maggior parte di loro sono ancora sotto shock, spaventati e traumatizzati dall’orribile esperienza vissuta. Alcuni sono orfani o hanno perso un membro della loro famiglia. Necessitano urgentemente di affetto e sostegno psicologico. Cammino tra loro, li guardo, cerco di farli sorridere anche se forse non sono la persona più adatta. Vanno dagli 8 ai 14 anni d’età … qualcuno tra i più grandi gioca a calcio ed è più attivo e pone qualche domanda. Altri sono mogi, con la faccia triste, si limitano a stare seduti abbozzando un timido sorriso. Cautamente qualcuno si fa avanti, si siede tra me e Masha e cominciamo a parlare. Andrei, 10 anni. Ha 6 fratelli dentro al campo che vivono con lui, ed altri 4 (i più piccoli) sono rimasti a Sloviansk con i genitori: “bombardavamo molto! Crollavano case ed esplodevano cannoni e bombe vicino a noi! Vicino alla nostra città hanno distrutto 3 case con un solo colpo! Avevamo molta paura”. Sasha, 10 anni: “Quando siamo partiti da Donetsk ancora non c’erano spari fortunatamente, ma ho tanta paura di perdere la mia casa!”. Mark, 9 anni: “la mia mamma è rimasta in città … la prima cosa che ho chiesto quando i volontari mi hanno fatto uscire dalla cantina è stata di portarmi lontano da dove cadono le bombe … ero molto spaventato”. Scorrono attimi colmi di tristezza e rabbia … mi ci immergo con tutto me stesso, sperando presto di poter far riflettere più persone possibili su una guerra spaventosa (come tutte del resto) ma non considerata ancora tale dai più. Passano i minuti e faccio la conoscenza di Andrei, 14 anni.  Sguardo sicuro, ma in grado di trapelare paure e insicurezze interne. Esordisce con una brillante battuta: “Ma se stai girando un film, dove sono gli attori?” … “siete voi gli attori, sono qui per raccontare le vostre storie”. Si rende disponibile per una intervista, accetto molto volentieri … ciò che racconterà, con il suo sguardo da grande ma con gli occhi ancora impauriti, mi toccherà nel profondo per la saggezza e la malinconia che racchiude. “Vivevo con mia nonna ed il mio padrino a Donbass … non mi permettevano di guidare la macchina, ma con il motorino avevo l’abitudine di superare i check point dei filorussi. I primi 2-3 andavano bene, ma quando procedevi verso i territori occupati iniziavi a vedere e tuttora vedi se vai, siringhe e bottiglie vuote di vodka. I soldati si ubriacano e iniziano a picchiare i civili inermi. Ho visto stuprare ragazze e bombardare quartieri civili. Ormai è impossibile vivere nelle zone occupate, quando sparano o bombardano esplode tutto. Per strada c’erano degli scontri ed io mi trovavo in camera davanti al pc … un proiettile ha colpito lo schermo rompendolo per metà! Non capisco a cosa serve questa guerra. Dicono che Putin vuole il gas … ma io mi chiedo, a casa sua gli manca per caso? Sta di fatto che bombardavano frequentemente ed una volta ero seduto con mia nonna in cucina mentre tremava tutto e gli spari si avvicinavano … mia nonna mi ha detto – tranquillo, chi è destinato a morire d’acqua, non può morire di fame – cosi ho capito che potevo solo aspettare il mio destino. Poco tempo dopo sono scappato da solo ed ora mi trovo qui … non sono molto felice”. Ci guardiamo. Potrebbe essere mio fratello minore, o un cugino. Tra me e lui c’è 1 metro o di distanza, ma a dividerci c’è un mondo, uno stato d’animo, uno shock ed una guerra. Un contesto che non posso capire. Tra di noi c’è un’adolescenza mutilata, che per quanto mi sforzo non capirò mai, perché la mia è fatta di partite di calcio, casette sugli alberi e partite alla Play Station … la sua forse era tutto ciò, ma ad un tratto è diventato buio. Spari. Bombe. Silenzio.

L’esperienza di questi giorni a Kiev mi  ha toccato nel profondo … me ne vado con un carico di sofferenza amara. Convinto però di far conoscere presto queste storie e ridare una voce a tutte le persone incontrate questi giorni.

Passeggio. Masha è al mio fianco. Le chiedo a bruciapelo: “Ma se la situazione dovesse peggiorare e la guerra arrivasse a Kiev, cosa faresti?”… “Ci ho già pensato. Vorrei prendere mia figlia e scappare, ma sono anche convinta  che ognuno ha un suo posto dove stare, e non è semplice abbandonarlo … quindi non lo so”. Silenzio.

Il reportage è stato scritto e inviato da Matthias Canapini in tempo reale. Matthias si occupa di reportages foto-giornalistici muovendosi come inviato di Noi Mondo TV, freelance e collaborando con ONG locali e internazionali. Ha finora viaggiato nei Balcani,Turchia e Caucaso per documentare svariate tematiche, dalle proteste in Bulgaria alle adozioni in Kosovo, dal ricordo del genocidio di Srebrenica alle linee ferroviarie in Albania. Durante i suoi ultimi viaggi è entrato due volte  in Siria per documentare le condizioni dei campi per sfollati siti a pochi km dal confine.      

Contatti: FB o canapini.matthias@gmail.com

 

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