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DJEMILA, SIMBOLO DELL’ALGERIA ROMANA

djemila algeria

di Amor Dekhis

In tanti anni che mi trovo in Italia e nelle mie visite al paese, mi sono imbattuto in molti siti archeologici, specie in quelli che costituiscono il patrimonio lasciato dall’Impero Romano. Osservo, rifletto e trovo delle conclusioni interessanti. Ogni spazio, piccolo o grande, ogni opera, ogni oggetto, un sasso che appartiene alla storia ha importanza, ed è circondato da attenzione. Molte cose simili le ho viste pure in Algeria. Da questo punto di vista, non mi sembrava d’essermi spostato.

A Ain El Kébira, ex-Perigotville, costruita dai francesi sulle rovine della romana Satafis - da non confondere con la vicina Sitifis, altro vecchio sito romano che attualmente si chiama Sétif, capo provincia - il visitatore può notare subito qua e là alcuni pezzi, oggetti, muri di pietra massiccia. Da piccolo non mi ero mai accorto di questa particolarità. Alle volte passeggiando ci facevamo delle domande ingenue .. “da dove vengono questi sassi grossissimi a forma di cubo?” E subito ci sentivamo dire dagli adulti senza spiegazione: “ è opera di Al Giuhala, parola araba plurale di Giahel, con il vero significato di ignorante”. Ma ad Al Giuhala davamo tutto un altro significato. Per noi quel temine indicava uomini forti e grandi, temerari e spavaldi, un pò incoscienti, capaci di portare sulla schiena mezza montagna. Fatto sta, non sapevamo se erano stati nel posto in era antica o erano stati di passaggio.

Al paesino, non davamo nemmeno il suo nome, lo chiamavamo semplicemente il Villaggio. Quando vi passeggiavamo per le strade, ci fermavamo spesso a bere acqua dalle sorgenti, a rinfrescarci d’estate, a riscaldarci le mani d’inverno. Avevano forma insolita: un tubo ricurvo verso il basso, collocato nell’ alto di un parallelepipedo verticale che sovrastava una lunga vasca, dove sgorgava l’acqua. Tranne il tubo che era di metallo, tutto era di pietra la cui superficie era così levigata da indurre ad essere carezzata.

Al paesino quando si scava per costruire o si fa un progetto di altro tipo, invece del terriccio, si tirano fuori oggetti strani, non solo grossi sassi quadrati, ma anche giare di terra cotta, busti di personaggi, targhette con scrittura, ecc.

E tutti questi sono anche opera di Al Giuhala. “E se volete vedere cose ancora inspiegabili che hanno fatti Al Giuhala, andate a Djemila!”, si sentiva ripetere in quei tempi.

Le nostre conoscenze crescono con noi e i significati cambiano in particolare per me, dopo tanti anni in Italia, prendono connotazioni complesse, di paragoni e di somiglianze.

Djemila non è altro che Cuicul, colonia romana fondata su un piccolo borgo berbero fra la fine del primo secolo e il secondo dopo Cristo, probabilmente sotto Traiano.

Cuicul la conosco bene, bien entendu, teoricamente. E nonostante sia ad uno sputo da casa mia, e abbia sempre in progetto la sua visita ogni volta che mi reco in Algeria, non sono mai stato a Cuicul.

Una sera, circa due anni fa, ero stato invitato a cena da mia sorella. Prima di metterci a tavola ci siamo ammassati con i suoi figli sul balcone. La casa sovrastava la meta del paese, ormai una città vera e propria, a est, in fondo si espandeva un’ampia vallata circondata da montagne, a nord troneggiava maestoso il monte di Babor, perennemente innevato sulla cima. Essendo tarda sera, le luci qua e là indicavano agglomerati, piccoli paesi, città lontane.

“Amor, vedi quella macchia di luci?” Mia sorella mi indica, a sud-est, un versante che di giorno non si vede.

Mi scuoto e lancio lo sguardo in quella direzione.

“Quella è Djemila!”, mi rinfresca la memoria – anche perché un amico mi aveva proposto di farci un salto qualche giorno prima – e comunque rimango a bocca aperta. “Così vicina!” dico.

Rifletto, Cuicul, Satafis, Sitifis, ecco, vengo dall’Italia, e in un certo senso mi trovo circondato da romanità anche qui. Ho letto da qualche parte che l’Algeria si posiziona al secondo posto in termini di patrimonio archeologico romano nel mondo dopo l’Italia.

Il giorno dopo incontrai il mio amico e prendemmo la strada verso Cuicul. Era inverno e quel giorno era talmente tanto piovoso che ci accorgemmo delle strade incerte che ci sarebbero capitate.

Cambiamo direzione verso nord e andammo a vedere le scimmie nelle gole di Kherrata, sulla nazionale numero 9 che collega Sétif a Béjaia.

(Questo testo fa parte della nuova rubrica letteraria Penne Migranti: andata e ritorno. Per leggere gli altri contributi clicca qui)

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