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DIARIO DI VIAGGIO: IN MAROCCO – PARTE SECONDA

7 febbraio 2015
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Diario di viaggio

a cura di Matthias Canapini

Matthias si occupa di reportages foto-giornalistici muovendosi come inviato di Noi Mondo TV, freelance e collaborando con ONG locali e internazionali. Ecco il diario che sta tenendo nel suo ultimo viaggio. Accanto a lui due compagni di avventure, suo fratello Sebastian e l’amico Rachid. 

Diario di viaggio: in Marocco – Parte prima

 

“Fes: la più antica delle città imperiali del Marocco. La sua Medina è una delle fortificazioni medievali più estese e meglio conservate al mondo, tanto da essere dichiarata dall’Unesco patrimonio dell’umanità. Ma al suo interno, tra le viuzze, gli anfratti, i vicoli tortuosi e i cunicoli consumati dalla storia, tutto ciò pare addirittura superfluo. Le botteghe, i negozi, le case. Tutto è incastrato alla perfezione, ammassato in un apparente caos ordinato. Tessitori, lavoratori di cuoio, farmacie e panetterie ambulanti! Poi tappeti ricamati stesi al sole, asini carichi di tegole che passano a malapena nello spazio, sfiorando sacchi di olive e bancarelle di cosmetici. Uomini, donne, bambini, anziani. Il tutto sembra una danza vertiginosa, una sorta di spettacolo dove ognuno recita semplicemente il suo ruolo vitale, insostituibile! Sporadici raggi di sole illuminano questo vivace saliscendi, attraverso il tetto composto da spesse travi in legno intrecciate tra loro. Il suk! Ogni trecento metri qualche ragazzotto si stacca dal muro in pietra su cui era appoggiato e si fa incontro, offrendoti un alloggio o ancora più spesso hashish. La musica, emessa da moderni sterei neri, passa repentinamente da note arabe a canzoni inglesi anni ottanta. Non capisco il nesso! Le persone che non possiedono  un negozio o una sede dove fare affari, camminano, improvvisando commerci per strada senza una struttura fissa.

Ti lasci trasportare. Piazzette, fontane, moschee, residenze antiche, scuole islamiche. Ma la parte migliore, personalmente, la trovo sempre nei mercatini. Lontani (in parte) dal turismo di massa, dalla frenesia del denaro. Luoghi semplici dove contadini e bizzarri personaggi si fermano per ore intere, annusando frutta e ortaggi prima di riprendere la via di casa. Il mercato, proprio sotto la pensione dove alloggiamo, è uno di questi. Travi, palafitte, casse di legno marce, tappeti e lenzuoli sciupati, le immancabili bucce d’arancia gettate a terra. Vecchi col turbante ronfano tra bilance in ferro e sacchi colmi di mele. Poche ore dopo è già tutto sparito! La piazza è deserta. Un gallo canta con accesa fierezza, sebbene mezzanotte sia passata da pochi minuti e manchino ancora diverse ore all’alba.

Una bella ragazza mora transita sulle strisce pedonali di fronte la stazione dei treni di Meknes. Un venditore ambulante spinge una carriola pienissima di mandarini, si volta e guarda interessato il sedere della ragazza borbottando qualcosa tra i denti. Troviamo un alloggio nel quartiere vecchio della città. Oggi sono due settimane da quando io e Sebastian abbiamo lasciato casa. In realtà sembrano essere passati due mesi, ma non so se attribuire il fatto ad una nostra concezione psicologica o a ciò che questo luogo può emanare ai visitatori. Il viaggio a volte serve anche per influenzare l’animo di una persona con agenti esterni. Forse questo è una di quelle volte. Rallentare il passo, farsi scivolare addosso il tempo.

Prossima destinazione: Mulay Idris, la città santa dove è venerato il primo re del Marocco. La leggenda in realtà narra che ci sia pure morto il re, ma questo particolare sembra non interessare troppo i nativi del luogo. Pochissimi turisti e non troppi visitatori. Raggiungiamo la città a piedi, macinando km tra sterpaglia, fango e ulivi secolari. Seguiamo Rachid in fila indiana, attraverso un tunnel di alberelli e rovi. Alla nostra sinistra c’è una specie di recinto, fatto di tante canne incastrate tra loro. A terra noto le ultime tracce di fuochi notturni. La fuliggine e i rami secchi sono già freddi. Pochi passi ancora e ci troviamo dinnanzi ad una pozza d’acqua sulfurea, delimitata da piccole rocce scivolose. “Qui ci venivo da bambino insieme alla mia famiglia. Pochissime persone in tutto il paese conoscono questo posto! Una benefica pozza d’acqua proprio sotto la città dove è venerato il primo re. Ricordo che eravamo tanti, circa una ventina. Nonni, genitori, nipoti. Ci stendevamo sull’erba e mangiavamo tutti insieme. Un luogo nascosto ma tanto famigliare”. Rachid contempla la superficie dell’acqua, immerso nei suoi ricordi. Dieci minuti di pausa e riprendiamo il cammino.

Guadiamo un fiume, poi attraversiamo una collina ricoperta da legna marcia, spazzatura ed escrementi di pecora e arriviamo. In realtà ci manca un km di scalinata ripida, ma siamo comunque alle porte della città. Su entrambi i lati spiccano meccanici, panettieri, saldatori e bambini intenti a giocare a calcio tra le carcasse di autovetture abbandonate e i calcinacci delle case. Più sali e più è difficile descrivere tutto ciò che ti si para davanti. Colonne e arcate millenarie, casette umili ma ricoperte di mosaici antichi. Pozzi d’epoca e portoni intarsiati con scritte e simboli della cultura berbera.

Appena sbarcato in Marocco ho afferrato l’idea che non mi sarei potuto permettere di fotografare tutto ciò. Semplicemente sarei andato contro me stesso cercando di bloccare attimi di un mondo irrefrenabile. Troppi spunti, troppe cose da annotare. La macchina fotografica penso che arriva fino ad un certo punto, dopodiché subentri  tu … e la soglia tra imprimere su scheda o pellicola e vivere il mondo è molto sottile. Spesso, per quanto mi riguarda, preferisco respirare forte e chiudere gli occhi. Per cena gustiamo della zuppa di fave, tipica ricetta montanara utile per riscaldarsi dal vento freddo degli altopiani. Nell’area circostante ci sono tanti senzatetto, alcuni di loro sono poco più che adolescenti. Bighellonano traballando a destra e sinistra, sniffando colla da un sacchetto di plastica nero. Mi ricorda Bucarest.

In mezzo alla piazza c’è un gruppo musicale. La folla si fa intorno. Suonano vecchie canzoni berbere, pestando su tamburi e strimpellando con forza le corde di un banjo. È tempo di andare. Abbracci e mano sul cuore. Ci rivedremo presto Rachid. Inch’allah.

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