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DIARIO DI VIAGGIO: IN MAROCCO – PARTE PRIMA

6 febbraio 2015
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Diario di viaggio

a cura di Matthias Canapini

Matthias si occupa di reportages foto-giornalistici muovendosi come inviato di Noi Mondo TV, freelance e collaborando con ONG locali e internazionali. Ecco il diario che sta tenendo nel suo ultimo viaggio in Marocco. Accanto a lui due compagni di avventure, suo fratello Sebastian e l’amico Rachid.

“Ulivi, altopiani e sporadici villaggi dal tetto basso e spiovente. Per due ore buone non si vede altro al di fuori del finestrino del treno che collega giornalmente Ksar El-Kbir a Fes. Ci stiamo spostando lentamente verso sud. Avvicinandoci alla meta, il paesaggio cambia un poco diventando più secco e arido. Anche i dialetti cambiano, e per capire questo concetto a volte basta rapportare quello che si vede durante un viaggio con ciò che si vive ogni giorno a casa.  Non troppi km separano Fano da Senigallia ad esempio, ma se tieni conto dei dialetti, beh, c’è un divario notevole, no? Il posto vicino al finestrino è occupato da una signora molto anziana, avvolta nel suo velo bianco. Le dita sono secche come rametti mentre il viso è scavato da tantissime rughe cariche di ricordi. Gli occhi, vitrei come specchi, a fissarli sembrano quasi cogliere l’anima del mondo che sfreccia fuori dalla “nostra” carrozza. Sembra cosi piccola e fragile chiusa nel suo involucro di stoffa!

Arrivati a Fes veniamo investiti da un turbine di rumori e caos, a cui forse, dopo una settimana a contatto con l’oceano e la calma di Larache non eravamo più abituati. Mangiamo un panino “volante” in una specie di tavola calda, proprio attaccata ad una drogheria. Nella parte frontale del frigorifero noto un cartello con su scritto: “Je suis pas Charlie, je suis avec Mohammed”. Rifletto per un attimo su cosa voglia dire trovarsi dall’altra parte della barricata. Quella dell’Islam intendo.

Ripartiamo velocissimi, allontanandoci  dalla città a bordo di un taxi, stretti come sardine! Poi è il turno di un pulmino, anch’esso molto affollato. Siamo diretti a Mulay Yakub, località di montagna famosa per le sue terme naturali. Osservo l’umanità intorno a noi. Qualcuno dei presenti ci scruta con curiosità quasi divertita. Le donne, in compagnia dei loro numerosi figli sembrano sempre più vecchie di quel che sono realmente. A volta mi dà quasi la sensazione di vedere tante nonne a spasso coi nipoti. Sarà la durezza della vita? Il tempo scorre come una ruota implacabile. La bellezza struggente della nostra esistenza. Attimi che scivolano via per non ritornare. Chi lo sa se nel corso della mia vita mi ritroverò a passare di qui o ciò che vedo ora lo sto vedendo anche per l’ultima volta? In fondo il tempo è un’instancabile viaggiatore. Un bambino grassoccio mi pesta un piede, destandomi dalle riflessioni in cui ero immerso. Scendiamo. Cerchiamo una camera dove passare la notte. Rachid contratta il prezzo con una donna dalla vestaglia viola. A vederli discutere rifletto sull’eredità culturale che racchiude questo popolo, così come altri. Penso al loro passato millenario e immagino alle spalle secoli di baratti e scambi commerciali. Un popolo di mercanti! Alcuni dei presenti hanno una carnagione molto più scura rispetto alle persone incontrate finora. “Sono tutti emigrati dal sud tempo addietro. Gran parte di essi provengono dal profondo deserto” sentenzia Rachid annuendo col capo. Il viso seccato dal sole del Sahara.

Questa ridente cittadina incastonata tra verdi colli e altopiani sassosi quest’oggi è piena zeppa di forze dell’ordine. Completamente blindata! Penso ci sia un poliziotto per ogni tre abitanti! Il motivo è incredibile! Si mormora che il re abbia in programma un bagno alle terme proprio oggi pomeriggio. Un evento rarissimo, che spiega questa massiccia sicurezza. Poco male – diremmo noi – forse non abituati ad una monarchia nè ai particolari di un governo simile. Ma per un marocchino un evento del genere può essere di una portata enorme, un misto tra venerazione e ubbidienza alla madre patria e ai suoi “simboli”. Ogni casa, locale o supermercato del Marocco, tiene appeso un ritratto del re alla parete! Onnipresente. A volte i cittadini non pronunciano nemmeno il suo nome per rispetto della sua grandezza. Altamente sconsigliato dire qualcosa di brutto nei suoi confronti o parlare di politica per strada. “Dopotutto i servizi segreti marocchini sono considerati i migliori al mondo” scherza Rachid. Meglio non ficcare il naso…ecco. Almeno da quello che raccontano! Ordiniamo l’ennesimo the, versato da una bella e ammaccata brocca di ottone.

Fino a tarda sera le porticine delle case rimangono aperte, per simboleggiare la perenne ospitalità degli abitanti, ma anche per avvisare eventuali viandanti o turisti che, in caso serva, camere libere per dormire si trovano sempre. Mulay Yakoub si arrampica sul versante di un altopiano ed è ben accessibile dalle città vicine. Per compiere un tour della cittadina occorre salire e scendere, su e giù per scale e gradoni, seguendo il vociferare delle donne e le urla gioiose dei bambini. Un labirinto! Sulla sommità della montagna adiacente a noi è sepolta una santa. Dopo pranzo frotte di famiglie in vacanza o pastori locali si inerpicano su per i ripidi versanti,  fino a raggiungere la vetta. La fatica è compensata dalla vista panoramica che ti si staglia davanti. Sembra di toccare il cielo, un luogo eterno fatto semplicemente di campi coltivati, colline, cactus, vento, sole e l’immancabile silenzio di certe ubicazioni. Montagne a perdita d’occhio!Un giovane pastore col cappello di paglia ed una moderna radio appesa a tracolla, scruta il suo gregge, urlando “yalla!” ogni volta che una pecora tenta disperatamente la fuga. I suoni della cittadina vengono trasportati dalle folate di vento fin quassù, facendoti cogliere per brevi attimi le esclamazioni di ristoratori o artigiani rimasti giù, ai piedi della montagna sacra. Da questo punto di vista le case sottostanti sembrano un alveare colorato. Azzurro, rosso, giallo, bianco. Una gamma allegra di colori.

Un vecchio dal turbante rosso, qua in alto per controllare il santuario, racconta che cinquanta anni fa non esisteva la città di Mulay Yakub, nè i suoi ristorantini, i mercati, gli autobus, la banca. C’erano solo gli elementi naturali e le terme. Oggi il cemento arriva ovunque. Inesorabilmente ogni dì migliaia di luoghi naturalmente perfetti vengono stuprati da picconi, gru, camion, betoniere, inquinamento. Un business fatto di pubblicità e soldi. Noto solo ora un’enorme spazio rettangolare, distante un km circa dagli agglomerati. Per costruirlo gli addetti ai lavori hanno scavato letteralmente il fianco di una montagna, distruggendo la quiete del posto. Chiediamo a cosa servirà tutto questo: un campo da calcio, naturalmente! Torniamo a “valle” seguendo lo stesso sentiero che percorrono  gli asinelli carichi di mercanzie. Sciaf, sciaf!! Il frustino del proprietario sbatte violentemente sul sedere del quadrupede, lui raglia con il suo inconfondibile verso e va giù, lentamente. La base della cittadina è caratterizzata da montagna di rifiuti e c’è pure un fiumiciattolo di colore nerastro pieno zeppo di bottiglie, buste e stracci. Le donne lavoricchiano sull’uscio di casa mentre gli uomini di mezza età fumano hashish, immersi nelle loro conversazioni  senza tempo.

Continua…

 Contatti: FB o canapini.matthias@gmail.com

 

 

 

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