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DIARIO DI VIAGGIO: A PASSO LENTO – PARTE SECONDA

31 gennaio 2015
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Diario di viaggio

a cura di Matthias Canapini

Matthias si occupa di reportages foto-giornalistici muovendosi come inviato di Noi Mondo TV, freelance e collaborando con ONG locali e internazionali. Ecco il diario che sta tenendo nel suo ultimo viaggio. Accanto a lui due compagni di avventure, suo fratello Sebastian e l’amico Rachid. 

Leggi anche: Diario di viaggio: a passo lento – Parte prima

“Rachid ha ventinove anni. Occhi scuri e vivaci, capelli neri portati cortissimi. Parla cinque lingue ed ora vive e lavora come professore a Larache, una cittadina situata a sud di Tangeri, lungo la costa atlantica. Nato a Brest, dopo aver speso gran parte della sua vita in Francia, ha deciso di spostarsi in Marocco per dedicarsi ai suoi studi in antropologia e approfondire l’assetto culturale, religioso e sociale del paese. Ha conosciuto mio fratello a Venezia durante il periodo universitario e, come capita spesso in queste situazioni, a nostra volta siamo diventati amici, senza forse rendercene veramente conto, nè ricordando il giorno esatto in cui ci siamo presentati.

Rachid vive insieme ai suoi due nonni: Khayat, ottantadue anni e Zohra, settantasei anni. Ci rivediamo dopo quasi due anni, ma nessuno dei tre forse avrebbe mai  immaginato di ritrovarsi a parlare, passeggiare e raccontare ognuno le proprie avventure in questo angolo di mondo. L’impatto con una nuova cultura è sempre forte, abbagliante come le Degillaba (vestaglie) colorate delle donne. Raggiungiamo un villaggio di poche case per mezzo di un taxi condiviso. Case semplici di colore bianco edificate sopra distese di sabbia rossiccia, soffiata a banchi dalla forza dell’oceano. Filari di cactus conducono alle porte dell’ampia spiaggia, uno spazio esteso ricoperto in parte da bottiglie di plastica e conchiglie multicolori. Rachid è un ottimo cicerone, una guida perfetta colma di spunti  e riflessioni. Parliamo di tante cose: le privatizzazioni delle spiagge, l’espansione del Marocco, il divario tra ricchi e poveri, il mese di Ramadan, l’Islam, i vestiti fabbricati in Cina e Turchia e poi rivenduti nelle piazzette di Larache, la globalizzazione. È buffo sentire Rachid parlare italiano, ogni volta che conclude un concetto esclama: è molto interessante! Allungando la lettera “o” come se fosse una cosa importantissima da ricordare. Ma forse ogni cosa che racconta lo è davvero.

Osservo intensamente la forza dell’oceano, i granelli di sabbia trasportati dal vento, i rifiuti oscillare nell’aria. Perdo parole, discorsi, chiudo gli occhi e guardo il cielo. Il suono delle onde sovrasta il tutto. Un microcosmo fatto di salsedine e lentezza. Riprendiamo il cammino verso il porto, lasciandoci alle spalle le imponenti scogliere. Qualche peschereccio solitario tenta invano di prendere il largo mentre Rachid continua a sfidare le onde, aspettando sulla riva umida la loro avanzata per poi correre via, allontanandosi di pochi metri. Al di là della sponda in cemento, dalle viscere della Medina, si innalza profonda la chiamata alla preghiera. La voce del muezzin si espande nell’atmosfera, trascinandoti in un modo arcaico, privo di barriere. È ormai sera. Io e Sebastian improvvisiamo innumerevoli partite a dama accompagnate da fiumi di tisana bollente. Musica egiziana in sottofondo. Veniamo interrotti con piacere da Rachid, il quale, estraendo un libricino dalla miriade di volumi esposti nella scaffalatura esclama: “Dovreste leggere qualche scritto di Maram Al-Masri, poetessa ed esule siriana. Dice che la poesia è ormai un lusso per poche persone. La gente comune, il popolo, non ha tempo per sognare. Deve badare ai figli, lavorare, sopravvivere”. Quante cose da assimilare! Il sistema, l’abitudine ad esso. Fuori imperversa un temporale e le persiane sbattono violentemente. Le strade sono vuote.

Zohra si muove cautamente, oscillando a destra e sinistra. Indossa un velo azzurro e gli occhi semichiusi sembra nascondano una celata dolcezza. Le sue mani si muovono rapide e veloci quando taglia zucchine, patate e carote per il cous-cous del pranzo collettivo. Sembra che non pensi a nulla. Semplicemente c’è. Khayat invece ha lo sguardo apparentemente severo. Nonostante la sua età si muove con dinamismo e caparbietà. Indossa sempre un cappellino di lana nero e versa il the in modo preciso, riempiendo per tre quarti i bicchierini in vetro. Quando mangiamo tutti insieme è bello. Il più delle volte non utilizziamo le posate, così le nostre mani si sfiorano, si intrecciano, si amalgamano sporcandosi con spezie e sapori.  L’architettura delle case, cosi come quella dei palazzi, è più spaziosa, slanciata, alta. Gli spazi sono maggiormente aperti e ventilati rispetto al canone europeo. In un certo senso si respira meglio! Almeno una volta al giorno ci rechiamo in un bar o bottega, a sorseggiare con calma un the, tra il vapore e la puzza dell’hashish fumata da vecchi contadini o mercanti locali. La calma. Qui è cosi. Non si avverte la fretta dell’Europa, la continua corsa agli impegni che caratterizza casa. Tutto è più lento. Il tempo si dilata e tutti hanno più attimi o circostanze per camminare, leggere, dialogare con amici o conoscenti. Pensare! La nostra vita è fatta spesso di continue distrazioni, a tal punto che anche le nostre riflessioni si accorciano, privandoci di raggiungere eventuali utili conclusioni esistenziali.

Seguiamo Rachid all’interno di un hammam, una sorta di sauna racchiusa tra spesse mura di cemento e fitte nubi di vapore caldo. Entri in una porticina azzurra logorata dal tempo seguendo un cunicolo mal illuminato, fino ad arrivare in questo tipico luogo di ritrovo per uomini e ragazzi. Ci si sdraia, si parla, ci si bagna con acqua calda e si fanno esercizi posturali. Un luogo popolare dove incontrarsi e confrontarsi. “In Marocco, così come in Africa, è ancora vivo il senso di comunità. Lo stare insieme, parlare, aiutarsi. La collettivizzazione del tutto sta alla base dei rapporti umani”. Ancora una volta è Rachid, in un impeto di freschezza, a confermare i pensieri che mi balenavo in testa. Solidarietà, in un certo senso è questo no? Mi colpisce il fatto che nei bar, i clienti in media lasciano due derham (moneta locale) come mancia ai baristi. Non è molto certo, ma ciò si fa per aiutare economicamente i proprietari dell’esercizio, sapendo che il loro stipendio mensile è molto basso. La stradina che porta a casa, nelle ore serali, è caratterizzata da qualche lampione storto ma ben funzionante e  buste della spazzatura morsicchiate dai gatti randagi. L’architettura spagnola si amalgama con motivi arabi creando un non so ché di esotico e primitivo. Il pulsare della storia.

Tra fango, carretti, muli, bancarelle, melma, polli e carriole si muovono contadini e venditori. Ci troviamo nel mercatino agreste del villaggio di Sahel, poco distante da Larache. Si respira un’aria di altri tempi, forse avvertita dalle scene di estrema povertà che ci si parano davanti. Schiviamo ortaggi, pozzanghere, mendicanti, cani, bambini, galline, lustrascarpe, passando tra le pacche appese dei buoi e canaletti colmi di sangue ancora caldo, appena sgorgato dal corpo di animali differenti. Forse capre o montoni? Siamo in compagnia di Alì, zio di Rachid. Ci sediamo all’ombra di un ulivo a bere una tazzina di the. Alì racconta che anche a Brest, in Francia, è molto dura trovare lavoro. In passato ha vissuto nel quartiere popolare della città, gremito di operai e disoccupati. Poi sospira, sorride e dice: C’est la vie. Tornando in città noto quattro  bambini dividersi una mela proprio al centro di Plaza Espana. Con calma, un morso a te, ed uno a me. Osservo le case colorate dalla terrazza della palazzina. Clacson, urla, rumori, grida. All’improvviso una moto piena di sacchi di pane sfreccia in mezzo alla via. Due bambini le corrono dietro, saltano sul paraurti anteriore e addentano due pagnotte ciascuno, per poi schizzare via sghignazzando. I bambini, cosi come gli anziani, paiono uguali in ogni parte del mondo.

Il pullman su cui viaggiamo è scrostato, sgangherato e umido. Scivoliamo via tra paesaggi mozzafiato, pecore, mucche e viandanti solitari dalla folta barba. Non avrei mai pensato di trovare cosi tanto verde in Marocco! Spesso ci facciamo ingannare dall’immaginazione e dalle rappresentazioni stereotipate di un paese. Passiamo da campi imbevuti di sole a colline strette nella morsa della nebbia. Prendiamo il consuetudinario the in un villaggio lungo la strada per poi ripartire, sempre più su, verso la montagna sacra! Un passo indietro. Il villaggio si chiama Khmis (Giovedì) nome dato a questa località perché il souk è aperto solamente di giovedì. La montagna invece si chiama Moulay AbdelSalam ben Mchìch, nome del santo sepolto, ma anche della montagna stessa come detto sopra. Un luogo incredibile, incastonato tra tombe in pietra e rocce mastodontiche. Anziane signore, imbacuccate nelle loro vesti, si aggirano come spettri tra la fitta nebbia. Mormorano preghiere e parole sacre, allungando cautamente le mani nodose per raccogliere le varie offerte lasciate dai visitatori. Un luogo davvero magico, misterioso, dove il tempo, almeno apparentemente è fermo! Ignaro. Io e Sebastian purtroppo non possiamo fermarci nello spazio sacralizzato, corrispondente al luogo dove è venerato il santo Moulay AbdelSalam. Solo i musulmani sono accettati all’interno del santuario e, singolarmente, il confine tra sacro e profano è costituito da una striscia di sughero. Una frontiera “artigianalmente” religiosa! Gli anziani continuano ad inginocchiarsi e pregare. I fedeli continuano la loro salita tra i ciottoli bagnati dall’umidità. Noi tre invece ci riprendiamo dal torpore rifugiandoci dentro un modesto locale. Ordiniamo un chilo di montone, e mentre la carne sfrigola sulle braci ardenti, mi perdo tra me e me fantasticando sulle storie che possono racchiudere quei volti rugosi che, proprio ora, mi sfilano davanti seguendo quella profonda fede insita in loro.

Maometto, il messaggero di Dio. Un centinaio di persone, tra cui molte donne e adolescenti, occupano la strada proprio sotto il nostro alloggio, urlando a gran forza la potenza evocativa del profeta. Sbucano dalla rotatoria, a pochi metri di distanza dal balcone e si dirigono verso la piazza principale di Larache. Una manifestazione pacifica per protestare contro le caricature di Maometto, in merito ai drammatici eventi accaduti a Parigi poco tempo fa  a discapito del giornale satirico Charlie Hebdo. Rachid irrompe al mio fianco: “C’era da aspettarselo. La figura di Maometto è troppo venerata nell’Islam! Molti musulmani mirano ad essere come lui … è considerato più di un santo. Maometto è la figura che in fondo accomuna tutte le correnti dell’Islam, dai sunniti agli sciiti. Basterebbe un po’ più di rispetto”.

Vedendo sfilare queste persone, soprattutto in Europa, qualcuno potrebbe ingenuamente pensare che siano a favore del terrorismo. Ma forse alcune persone non vogliono tutto questo. Non vogliono scegliere di stare con o contro i terroristi. A favore della libertà d’espressione o no. Il mondo purtroppo o per fortuna non è solamente bianco e nero! Spesso possiamo semplicemente constatare una realtà e sfiorarne centinaia al di sotto di essa. Ed una di queste, forse, almeno in questo caso, si riassume nel concetto di rispetto.

Prepariamo gli zaini. La stazione si anima. Lasciamo Larache alle otto di mattina, verso nuovi orizzonti!”.

Contatti: FB o canapini.matthias@gmail.com

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