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DIARIO DI VIAGGIO: A PASSO LENTO – PARTE PRIMA

30 gennaio 2015
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Diario di viaggio

a cura di Matthias Canapini

Matthias si occupa di reportages foto-giornalistici muovendosi come inviato di Noi Mondo TV, freelance e collaborando con ONG locali e internazionali. Ecco il diario che sta tenendo nel suo ultimo viaggio. Accanto a lui due compagni di avventure, suo fratello Sebastian e l’amico Rachid. 

“Quattro pentole d’ acciaio, appese alle robuste travi in legno per mezzo di sottili catene, oscillano ritmicamente ogni qualvolta la porta del locale venga aperta o chiusa, a seconda del volere dei clienti, sempre più soggiogati dalle bottiglie di birra o liquori, appoggiate in bella vista sul bancone appiccicoso di quel che sembra essere un piccolo pub. Le luci soffuse rischiarano timidamente numerose bottiglie di vino infilate come spilli in un’apposita parete poco distante dalla porta d’ingresso. Vecchi orologi e lanterne a petrolio, dotate però all’interno di moderne lampadine in vetro, si alternano nello spazio indicandoti la retta via verso il bagno. Ordiniamo un bicchiere di Montenegro e continuiamo a parlottare a proposito delle occupazioni universitarie, dell’ eco-sostenibilità, di ciò che un po’ tutti vorremmo fare da “grandi”. Bologna.

La Multipla di Claus (un ragazzo trentino dagli occhi azzurri), sebbene sia dotata di ben sei posti, questa sera ne può offrire solo quattro. Poco male. Ci incastriamo tra alcuni vasi da giardino colmi di terra ed una vecchia lavatrice scrostata. Partiamo! Percorriamo per quaranta minuti strade e sentieri invasi dalla nebbia, rotta a tratti dalle esuli figure slanciate che ci osservano ai bordi della via: querce, faggi, pioppi. Le stelle, vivide più che mai, rischiarano il limpido cielo sopra di noi. Siamo ospiti di Enrico, un ragazzo di venticinque anni che, assieme ad altri sette ragazzi e ragazze, ha deciso di vivere, almeno per ora, in una casetta isolata in legno e mattoni posta sul cucuzzolo di un altopiano proprio sopra il paesino di Marzabotto, a circa venticinque km dal capoluogo emiliano. Un modo di vivere a contatto con la natura, per tornare un po’ alle origini e riscoprire la vita di una volta, scandita più dal suono del vento che dallo strombazzare frenetico delle automobili. L’intento comune credo sia staccarsi gradualmente dalla macchina consumistica e frenetica della nostra società, almeno per qualche mese, per qualche anno, forse per sempre, chissà.

Il salotto e la cucina sono riscaldati per mezzo di una stufa a legna mentre al piano terra, in un piccolo stanzino, è presente un forno in pietra dove i ragazzi della casa cuociono pane e focacce da rivendere poi ai forni dei paesetti limitrofi o ai gas (gruppo acquisti solidali). Il resto della struttura, che sia un bagno o una camera da letto, è caratterizzata da un groviglio impensabile di oggetti, forse lasciati volontariamente sparsi, per uso e consumo dei vari ospiti: sacchi di patate, panni appesi, fisarmoniche, materassi, sculture in marmo, bonghi, un clarinetto diviso a metà, oggetti e utensili vari, come una macchina per cucire mal funzionante o un tubo sporco di metallo, poi chitarre, libri, fumetti, bicchieri, lampade, erbe aromatiche, vasi. Il tutto è coperto spesso da un fitto strato di polvere, mentre negli angoli delle stanze insetti e scorpioni si annidano in groppi di ragnatele grigio-nere. Una stamberga sporca e rozza che non vedevo da molto tempo! Bellissima! Mi ricorda vagamente le casette sperdute in Bosnia o Armenia, visitate durante i miei ultimi viaggi. Una malandata scala a chiocciola con lo scorri mano rotto da tempo, connette il piano terra alla mansarda. Un gattino gioca con la mia maglia di lana mentre due cani si inseguono allegramente nei pressi di un’enorme tavolo in legno. C’è anche un camino nell’angolo della stanza, quest’oggi tenuto giustamente spento vista l’efficienza della stufa.

Fabrizio macina chicchi di caffè per mezzo di un apposito trabiccolo, mentre Emma si destreggia tra pentole e barattoli di spezie. A mezzanotte inoltrata stappiamo due bottiglie di vino rosso e improvvisiamo della pasta con stracchino, pomodorini e olive verdi. Per fumare tabacco o altro, ci sono i pippotz, degli oggetti d’argilla dal nome stravagante a forma di pollo, tartaruga, cane, elefante e persino uno a forma di piccolo borgo antico con fontana annessa. La porta d’ingresso rimane sempre aperta. Penso che i proprietari non dispongano nemmeno di un mazzo di chiavi. Intorno a quest’umile dimora si sente solo la voce del vento, il suono dei rami secchi sbattere tra loro, si vedono solo le lucine delle case giù a valle. Il resto è tutto nero. Alloggiamo nella mansarda, dormendo sopra un materasso sgualcito circondato da strumenti musicali, telescopi e graffiti. Mi addormento lentamente, sottomesso dallo sguardo vigile e ipnotico di una giraffa, disegnata in parte sul muro in cemento, e conclusa su un sottile strato di stoffa.

Magia. All’alba veniamo svegliati dal canto irregolare di polli e galline. Il sole sorge, offuscato da una coltre spessa di nuvole. Fiancheggiamo l’orto seguendo Sara, una delle ragazze della casa, fino a raggiungere un piccolo recinto dove vivono sei maialini vietnamiti dal tipico colore rosa-nero. Sara rovescia il loro pasto giornaliero all’interno di due tinozze in legno. Uno dei maialini si lancia all’attacco gettandosi dentro ad una di esse, relegando gli altri piccoli amici al ruolo di semplici osservatori. Fortunatamente poco dopo è già pronto a dividersi il lauto rancio con il resto della famiglia. Le sorprese non mancano! Un’oretta dopo veniamo avvisati che Pedro è scappato! Pedro è il maialino più tozzo del recinto, in pratica quello che a breve sarà ucciso per farci succulenti salsicce. Forse ha fiutato l’odore della morte e se l’è data a gambe. Formiamo casualmente una squadra di cinque persone per catturarlo. Un’anziana signora, a pochi km di distanza, sta tenendo impegnato Pedro con due panini al prosciutto. Raggiungiamo il luogo d’incontro, ma il tenero maialino, rinvigorito dal pasto appena concluso, non accenna a farsi acchiappare. Si arrampica con forza su per i pendii erbosi, macinando centinaia di metri tra colline e altopiani. A nulla servono i nostri tentativi di placcarlo o immobilizzargli le zampe posteriori. Pedro scivola via, scappando da una fine certa con i suoi agili zoccoli, fino a scomparire dietro un recinto in legno. La vecchia contadina conosciuta poco prima, per alleviare la nostra sconfitta, ci offre un sacco di patate ed uno di mele. Noto solo ora che indossa una giacca a quadretti arancioni, delle scarpe di cuoio ed in testa porta un velo variopinto con motivi floreali. È tempo dei saluti.

Dalla fitta nebbia della pianura Padana ai ripidi tornanti per raggiungere Genova. Siamo in compagnia di Enrico e Maria Pilar, due ragazzi sui trentacinque anni conosciuti tramite Bla Bla Car, un metodo alternativo di viaggiare in macchina condividendo le spese con il conducente ed altri eventuali passeggeri.  Un modo utile per risparmiare soldi e conoscere nuove persone. Passeggiamo nei vicoli di Genova perdendoci nell’infinita umanità che si racchiude all’interno. Macellerie arabe, mini market asiatici, parrucchieri africani, kebab, drogherie sudamericane, negozi vari mai aperti, spacciatori, adolescenti. Un vortice di lingue, dialetti, imprecazioni, risate, strette di mano. A pochi metri di distanza si fronteggia un panificio tipico genovese gestito da un uomo egiziano, ed un bar, italiano fino al midollo. Per far sì che sia ben chiaro ai passanti, il proprietario dell’esercizio ha appeso un ampio tricolore sopra la porta d’ingresso. La bandiera sventola dolcemente all’ombra delle alte mura che contraddistinguono questi cunicoli animati. Un formicaio di diversità.

Il tramonto. Ci aspettano quarantasei ore a bordo di una nave. Ognuno si accaparra una poltrona, un divanetto, una sedia disponibile. Zaini, valigie, sacchi a pelo, coperte, pentole, fornellini, tuniche lunghe e colorate, narghilè. Nell’aria svolazzano parole incomprensibili. Dialetti arabi persi nel tempo. Profumi di terre lontane. Continuiamo a scendere, sempre più a sud, fiancheggiando la costa spagnola fino allo stretto di Gibilterra. Dopotutto è come sfatare un mito! Passare nel mezzo di quel corridoio d’acqua che, fino a qualche secolo fa, divideva le certezze dall’ignoto.  Sul pontile della nave conosciamo  un ragazzo sui trent’anni. Vive e lavora a Genova da diversi anni, a tal punto da aver assimilato un deciso accento locale. “Sto tornando a casa da mia moglie e da mia figlia. Quest’ultima compirà due anni a febbraio! Possiedo un po’ di terra e qualche ulivo, per qualche mese starò tranquillo e mi godrò la famiglia e la tranquillità del mio paese. Là – conclude il ragazzo indicando la costa ormai poco distante – molte cose sono cambiate, ma un problema persiste: i ricchi sono sempre più ricchi ed i poveri sono sempre più poveri”.  Diciotto del pomeriggio. Terra: Marocco….”.

Leggi anche: Diario di viaggio: a passo lento – parte seconda

Contatti: FB o canapini.matthias@gmail.com

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