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CONCLUSIONI INCONCLUSE: DIARIO DI UN VIAGGIO IN ALBANIA…ED ALTROVE – Parte prima

ALBANIA 29 novembre 2014
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 REPORTAGE

a cura di Matthias Canapini

“ … allontanarsi dalla linea gialla”. Colgo al volo le ultime  parole emesse dall’alto parlante della stazione di Fano, destandomi dal torpore post pranzo tipico delle prime ore pomeridiane.  Come suggerito dalla voce metallica mi allontano di pochi passi, aspetto che le porte in lamiere scorrano e prendo posto. Destinazione Ancona. Prima la stazione, poi il porto. È l’imbrunire. Il mare si colora di un blu scuro e denso,  lasciando scomparire poco a poco gli ultimi timidi riflessi del sole, ormai stanco del lavoro anch’ oggi svolto. Una ragazza, bassa e minuta, probabilmente somala, sbraita in faccia al controllore dicendo di aver obliterato il biglietto ma per colpa della macchina mal funzionante non si vede nessun segno, nessuna pinzata. Volano urla e imprecazioni, mentre la coppia di anziani al mio fianco, un pò annoiati dalla scena, commenta tra sé e sé: “Vengono qui da noi e pretendono che le cose funzionino come a casa loro! Aveva ragione Fini quando diceva che si entra in Italia solo se si ha un contratto di lavoro tra le mani”. Li guardo per un momento, per poi lasciar scivolare il mio sguardo all’esterno, fuori dal finestrino, oltre i campi e le strade che scorrono attorno a noi. Ho preparato come sempre qualche “robusto” panino e per non correre rischi ho infilato nello zaino pure un boccione svitabile di vino rosso da un litro e mezzo. Non si sa mai, sicuramente a male non andrà. “Ancona, stazione di Ancona” recita la cantilenante voce prima che il mezzo scricchioli, sbandi, fino a fermarsi completamente al binario numero tre.

Sembra di essere in una bolla. Il traghetto, come una zattera di altri tempi buca questa immensa distesa d’acqua, cosi vasta da sembrare quasi  infinita. Forse lo è davvero. Le nuvole corrono veloci mutando drasticamente colore e adottando un grigio profondo e tetro man mano che si avvicinano all’Italia. Un gruppo di musicisti mi osserva curiosamente mentre prendo appunti, sospesi tra il vapore dei loro sigari e sigarette. Dico musicisti perché fino a dieci minuti fa suonavano e cantavano ballate albanesi nel “salotto” ben illuminato della nave, ma forse sono solo passeggeri di ritorno a casa con l’hobby per la musica. Poco dopo i tamburelli tornano a battere e vibrare mentre due ragazzi filippini, impiegati della compagnia navale, bevono caffè accucciati per terra, a ridosso della porta in legno che conduce al pontile. All’esterno soffia un gran vento, freddo e pungente. Per l’ultimo tratto della rotta cerco un posto dove sedermi e leggere in tranquillità e alla vista forse dei miei occhi dubbiosi, un ragazzo, intento a giocare a poker con un mazzo di carte raffiguranti prosperose pornostar, sorridendo esclama: “Qui siamo come a casa, vieni qui vicino e siediti dove vuoi”. Welcome back. Durazzo. Un ragazzo sui trentacinque anni, robusto e leggermente stempiato, si guarda attorno con aria circospetta, proprio di fronte all’entrata dell’area portuale. Indossa un giubbotto nero e trasporta un borsone e una valigia in cuoio, nonché un quadro di notevoli dimensioni. Chiede una mano a trasportare i bagagli fino al baule di un taxi. “Sono arrivato in Italia nel 1991, ho preso la cittadinanza, ho lavorato in un’ attività commerciale. Ora non più, tutto fallito. Ho deciso di aprire un’ associazione di yoga e meditazione a Tirana! Preferisco emigrare e lasciare l’Italia, anche se il vostro paese mi ha dato tanto. Non arrivo più alla fine del mese e rimanere là ormai è come suicidarsi … morire di fame”. Ci salutiamo nell’ampio piazzale della stazione, non prima però che questo ragazzo (di cui non ricordo il nome purtroppo) tiri fuori un bigliettino da visita dalle tasche dei pantaloni per poi porgermelo cordialmente. Poco distante si ergono le solite palazzine scrostate, i traghetti in partenza, gli autisti dei pulmini che urlano a squarciagola il nome della destinazione per convincere gli ultimi passeggeri a salire a bordo, i cani randagi. Il trantran  che scorre lungo questa fetta di terra bagnata dall’Adriatico.

Si avvicina barcollando e sbiascicando qualcosa che non mi è chiaro. Forse un “salve” o qualcosa di simile. Lui è Alban, un senzatetto sbucato fuori da qualche angolo di Durazzo. Sporco, maleodorante, ubriaco. Ha numerose cicatrici e bruciature in viso ma riesce comunque a sorridere (forse con l’aiuto dell’alcool) dolcemente. Mi stringe la mano in segno di ben trovato e non so per quale motivo ma è convinto che l’indomani ci rivedremo a Tirana. O forse è una richiesta, non so. Da tempo il timore nei confronti dei cosiddetti “balordi” mi è passata. Forse per le esperienze fatte finora, forse per le persone incontrate, ma quando vedo o conosco un soggetto strano non del tutto raccomandabile sono spinto più dalla curiosità di approfondire la sua storia che dalla paura di un qualche comportamento anomalo nei miei confronti. Forse è incoscienza o forse è semplicemente vedere chi ti sta di fronte come una persona, esattamente come te. Fatta di sbagli, emozioni, problemi e incertezze. Mi lascio trasportare lungo il viale che conduce in periferia, a bordo di questo autobus sempre più moderno ed efficiente. Palazzi, grattacieli e case continuano imperterriti la loro avanzata. Ovunque gru, pali, blocchi di cemento, bidoni, calcinacci e betoniere.  Noto due condomini di dieci piani ciascuno, in costruzione a non più di venti metri dall’acqua. Durazzo, cosi come Tirana, l’Albania tutta è stretta oggi in una continua rincorsa al progresso. Smantellamento dei vecchi impianti e ricrescita. Si dà vita a forni ed esercizi commerciali nel giro di una notte. Ritmi frenetici dove l’unico ordine è costruire, costruire e ancora costruire. Per cosa? Per chi? Ho viaggiato in Albania anche la scorsa estate, superando città e villaggi a bordo di treni vecchi e malmessi, ma con la capacità di donarti tracce autentiche di un passato mai vissuto. Mettere piede nella capitale e apprendere che la rete ferroviaria nazionale è in fase di smantellamento per poi essere ristrutturata mi provoca una fitta di dispiacere e malinconia allo stomaco. Un luogo di transito in grado di trasportarti indietro nel tempo per la genuinità che si respirava a bordo, se ne andrà probabilmente sotto il rullo incontrollabile di ruspe e picconi. Il “vecchio” che se ne va, lasciando spazio ad un “nuovo” sempre più piatto e omologato. Le mie riflessioni trovano conferma nelle parole di un amico, Odion, un ragazzo di venticinque anni conosciuto un anno fa durante le elezioni. Passeggio per la piazza principale di Tirana, di fronte al massiccio teatro “Opera” che sovrasta auto e pedoni. Sento pronunciare il mio nome alle spalle, in mezzo a studenti e impiegati che scivolano via. È Odion appunto. Quante possibilità c’erano di recarsi in Albania, raggiungere Tirana, superare le strisce pedonali nello stesso esatto momento che un amico (che non sento da mesi) transita per quello spazio, per quel marciapiede gonfio di gente?? È solo un caso o le nostre vite sono guidate da un filo invisibile che ignari seguiamo ogni giorno? Ci abbracciamo. Odion continua a studiare teatro e impegnarsi con i suoi spettacoli, in un certo senso -mi dirà poi- ha trovato se stesso ed è convinto di continuare su questa strada. Chiedo quali cambiamenti sta portando il governo di Edi Rama, il nuovo presidente eletto circa un anno fa. “ Noi albanesi non abbiamo mai rispettato le regole ed il nuovo presidente sta strutturando la società con nuove norme e regole, una dietro l’altra. Come cittadini fatichiamo ad adeguarci e questo cambiamento si può vedere anche in giro, con il miglioramento delle strutture ma anche con gli orari più ristretti e sempre meno flessibili. Credo che Edi Rama voglia far progredire il nostro paese in poco tempo”. Mi fermo qualche minuto davanti ad una moschea in pietra adiacente alla piazza, giusto per prendere appunti e ripartire. C’è un tabellone elettrico all’ingresso, recante gli orari di preghiera e i gradi centigradi all’esterno ed all’interno della struttura. Particolari moderni in contrasto con l’atmosfera arcaica e misteriosa che emanano sempre certi luoghi.

È già buio. Supero le macerie di un negozio distrutto poche ore prima perché abusivo. Un’altra delle nuove politiche dell’attuale governo. Smantellare negozi ed esercizi abusivi, non in regola, per far spazio agli onesti commercianti che vogliono mettersi in affari. Fino a poco tempo fa era semplice vedere bancarelle e piccoli supermercati costruiti sul ciglio della strada o piantati sui marciapiedi pedonali. Ora tutto ciò, da come sto afferrando, sta scomparendo velocemente lasciando dietro di sé una scia di ordine ma forse anche di nostalgia. Un gruppo di bambini, accompagnati dalla mamma, cerca freneticamente rottami, pezzi di ferro e alluminio da rivendere al mercato nero per pochi Lek. Un’ora dopo, quando tornerò verso l’ostello, rivedrò la stessa famiglia scaldarsi attorno ad un fuocherello improvvisato, alimentato cautamente con cartacce e rami spezzati. Davanti a grandi e freschi boccali di birra conosco Yolanda e Massimo, due ragazzi che, come tanti altri, hanno scelto di lasciare l’Italia e aprire un ristorantino a Tirana, in una zona poco distante dal centro città, a ridosso del lago artificiale dove coppie d’innamorati e famiglie passeggiano fino a tarda sera tenendosi per mano.

Lungo la strada per Prizren, Kosovo, ci fermiamo in una stazione di benzina. I passeggeri dell’autobus sono pochi e in gran parte anziani, addossati nei sedili davanti, vicino al conducente. Mentre si bevono una tazza di caffè, bighellonano qua e là fino a intravedere sul ciglio della strada una vecchia signora dagli abiti tradizionali. Cammina su e giù appoggiandosi ad un nodoso bastone marrone chiaro. La lunga gonna nera le scivola fin sopra le scarpe e da quel che vedo  cerca di vendere ai rari passanti numerose fette di pane tostato ed una corda! Mi guardo attorno e sembra di attraversare una brulla vallata abitata solo da lupi e cornacchie. L’arrivo a Prizren, città di 120.000 abitanti è un tripudio di moschee e bandiere albanesi legate con forza ai balconi. Il 90% della popolazione in Kosovo è albanese e parlano la stessa lingua del paese vicino. Cercando l’ostello (otto euro a notte con stufa a legna in camera e birra e rakjia illimitati) si fa incontro un ragazzo dai capelli corti, nerissimi. Si offre di accompagnarmi e indicarmi la strada esatta. “La mia famiglia è in vacanza a Pescara questo periodo. Mio padre lavora all’Aquila e mio fratello invece come manovale a Milano”. Ancora coincidenze! Sono quasi le cinque del pomeriggio. La voce del muezzin entra dalla finestra della camera, espandendosi tra i vicoli della città, invitando i fedeli alla messa. Piove tantissimo e per un momento trovo ristoro di fronte alla stufa, alimentata, oltre che dai ciocchi di legno, da pezzi di carta igienica e cartone. Ale (perlomeno si annuncia cosi) è un ragazzo sui trent’anni, almeno originariamente africano. Non capisco bene i suoi piani e le sue movenze, i suoi occhi sporgenti, uniti sicuramente alle quattro birre già fatte  fanno abbastanza confusione. Una confusione allegra però. Mi consiglia un ostello molto economico a ridosso del lago di Ohrid, Macedonia, ultima tappa di questo breve soggiorno in terra balcanica. Esco per fare due passi sotto la pioggia. Ordino una zuppa di pollo in un ristorantino semplice dalle luci soffuse, posto sul lato est della piazza principale della parte vecchia di Prizren. Mentre soffio per alleviare il calore della zuppa, penso alle prospettive che può racchiudere un angolo di mondo: la fontanella con quattro rubinetti funge da snodo della piazza, dove quest’oggi i passanti si affrettano coprendosi la testa con il loro soprabito o nei peggiori dei casi con una busta pescata qua e là. Un cavallo dorme in piedi, coperto da un sottile velo di plastica della Coca Cola. Traina una moderna carrozza in legno e metallo ma credo che non sia un buon giorno per lauti affari. Il “padrone” fuma sotto l’insegna luminosa di una banca, aspettando pazientemente eventuali turisti, sempre più scarsi in questa stagione dell’anno. C’è pure un matto seduto sotto la chioma di un albero. Fino a poco prima che scoppiasse il temporale questo buon uomo ballava oscenamente ritmi house di fronte ad un club aperto presumibilmente 24 ore su 24. Nel bar a fianco un giovane cameriere, ben vestito con camicia e cravatta, sorride magnanimo ad alcune studentesse con gonne a scacchi che, per niente spaventate dalle folate di vento, continuano la loro camminata evitando con grazia le vaste pozzanghere createsi ai margini del ciottolato. Nel tavolino a fianco del mio, due ragazze straniere hanno lasciato due bicchieri mezzi pieni d’acqua che ora zampillano a contatto con la pioggia. Prospettiva dall’angolo est della piazza di Prizren. 

Il reportage è a cura di da Matthias Canapini. Matthias si occupa di reportages foto-giornalistici muovendosi come inviato di Noi Mondo TV, freelance e collaborando con ONG locali e internazionali. Ha finora viaggiato nei Balcani,Turchia e Caucaso per documentare svariate tematiche, dalle proteste in Bulgaria alle adozioni in Kosovo, dal ricordo del genocidio di Srebrenica alle linee ferroviarie in Albania. Durante i suoi ultimi viaggi è entrato due volte  in Siria per documentare le condizioni dei campi per sfollati siti a pochi km dal confine.      

Contatti: FB o canapini.matthias@gmail.com

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