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CONCLUSIONI INCONCLUSE: DIARIO DI UN VIAGGIO IN ALBANIA…ED ALTROVE – Parte Seconda

30 novembre 2014
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REPORTAGE

a cura di Matthias Canapini

Leggi la prima parte del reportage. 

A volte le città con la sua gente, le abitudini, i caffè aperti, il cinema, i fast food, le scuole, impongono un senso di restrizione. Senti il bisogno di spazi aperti, il contatto con la natura … selvaggia, indispensabile! Fiumi e torrenti. Sono nel fulcro dei miei pensieri, quando vengo incuriosito dalla presenza di tre soldati statunitensi vestiti in mimetica. L’esercito degli USA. Ambigui complici della più recente “guerra umanitaria” che ha colpito nel 1999 il Kosovo, questa repubblica oggi schiacciata tra Serbia, Albania, Macedonia e Bulgaria. Il cuore dei Balcani. Torno verso “casa” seguendo gli sporadici lampioni che corrono tra le vie vuote della città. I cavi elettrici, attorcigliati, pericolosi e indispensabili, si diramano in ogni direzione come fosse una ragnatela costruita da un pigro ed enorme ragno. Il mattino seguente, lasciando Prizren , un signore con uno zuccotto bianco in testa mi saluta amichevolmente appoggiandosi la mano sul cuore. L’acqua del fiume scorre limpida a pochi metri da me e sullo sfondo della scena si erge la moschea principale, alta e maestosa, con i suoi pinnacoli rivolti verso il cielo, verso Dio. Le nuvole basse e gonfie di pioggia dipingono l’aria di poesia. Negli angoli delle strade, sebbene i primi raggi del sole della giornata siano da poco comparsi, spuntano già dei vecchietti con graticola e caldarroste, pronti per cucinare e allietare le passeggiate dei cittadini con inebrianti odori autunnali. Sembra di essere così lontani da casa, con tutti questi minareti e bandiere attorno … in realtà siamo più vicini di quel che pensiamo. Qua e là.

Canzoni tradizionali in sottofondo. Le prime cime innevate della stagione si scorgono all’orizzonte. Il pulmino sfreccia a sud, verso il confine macedone. Tagliamo distese colme di abeti e noci. A pochi km dalla dogana il mezzo si riempie di gente. Il doganiere controlla lentamente ogni passaporto ed ogni viso, alla ricerca forse di qualcosa che non va, o più semplicemente per recitare il ruolo del controllore severo. Cambio mezzo. Ci lasciamo Skopje alle spalle, mentre il nuovo pulmino da appena dodici posti, bianco e con la scritta “classic company” sulla fiancata sinistra, si insinua gagliardamente per le vie affollate del centro città. Strano ma vero! Quasi tutti i passeggeri hanno tratti orientali, provengono forse dalle regioni musulmane della Cina o magari dal Giappone! Non sono mai stato ad Oriente, ma dico questo perché sia la mamma che la figlia indossano un velo come richiesto nell’Islam, ed il padre, preso a scattare continue fotografie alla moschea lungo la via, stringe nella mano destra il Tasbeeh, una sorta di “rosario” recante il più delle volte i novantanove nomi con cui i fedeli chiamano Allah. La bambina, di circa dodici anni, si scatta spesso dei selfie con il suo I-pod, ma la mia attenzione viene colta da una strana pagnotta rosa appoggiata sulle sue cosce: un bizzarro antistress!

Ohrid. Una città simbolo famosa per il suo lago. Un’immensa “pozza” d’acqua divisa tra Macedonia e Albania. L’ostello, come aveva consigliato quel matto di Ale a Prizren, è davvero economico e accogliente. Arrivo che è già il tramonto. Dalla finestra  dell’ultimo piano scorgo in lontananza il fortino medievale che sovrasta la città, le sagome nere degli alberi ed un’ampia bandiera macedone svolazzare al vento.  Le case basse, i numerosi fish-store ancora (per poco) aperti ed il fumo che fuoriesce dai camini accessi. Faccio due parole con Nikoleta, la titolare dell’ostello, che dopo avermi indicato i siti più turistici da visitare, si butta in una monologo, forse stimolata dalle domande. “Intorno a Ohrid ci sono circa 200.000 chiese e la città è caratterizzata da una forte influenza turca, nell’ architettura così come nell’ arte”. Poi verte verso tutt’altro argomento. “Qui in Macedonia ci sono troppi monumenti legati al comunismo. Un’ideologia che si sta trasformando in nazionalismo. Troppe statue che esaltano la ricchezza del paese, la potenza!” Si ferma un attimo, poi riprende parlando delle caratteristiche del lago. “L’acqua del nostro lago fa molto bene alle persone che hanno problemi cardiaci, è molto salutare. Oggi però la Macedonia dona gratis enormi quantità di questa acqua all’Albania, per fornirle energia elettrica ma soprattutto per mantenere la pace”. Di che pace sta parlando? È una ragazza abbastanza stramba, ma sicuramente molto divertente! La sera stessa vado a mangiare qualcosa in un ristorantino tipico e molto economico chiamato “Panorama”. È situato lungo una grande strada secondaria, poco dopo la stazione degli autobus e poco prima di un Hotel a quattro stelle. Il cameriere prende l’ordine con uno sgualcito pezzo di carta ed una biro. Nella stanza a lato, un gruppo di uomini ubriachi intonano canzoni tradizionali al suon di fisarmonica, immessa probabilmente da una piccola radio tascabile. Cantano! Nei minuti più ebbri della serata uno di loro scaglia all’improvviso un vassoio di coccio contro il muro, frantumandolo in mille pezzi. Il cameriere si affaccia contrariato, poi alza le spalle e lascia tutto così com’è. Sorrido.

In ostello conoscono poi Sergio, un ragazzo rumeno di venticinque  anni, operatore di un’associazione umanitaria che si occupa di reintegrare nella società barboni e senzatetto. Mi racconta del “suo” governo, i 200 euro mensili che prendono come stipendio, se va bene! Dei tanti rumeni che emigrano in Italia e Spagna e cosi via. “Sì, molti scappano dalla Romania per mangiare, molti finiscono nei traffici della droga, tantissimi cominciano a rubare. Poi si innescano i pregiudizi e ci ritroviamo ad odiarci l’un l’altro. Qualche rumeno odia gli italiani e qualche italiano odia i rumeni. In Romania ora è in atto un grosso cambiamento perché il premier che (almeno in teoria) dovrebbe vincere, ha origini tedesche e dice di essere fuori dalla nicchia di mafiosi e leccaculo che contraddistinguono certi ambienti. Per ora tiene comizi a Sibiu e non mi convince troppo!”. Concludiamo la conversazione serale discutendo brevemente del blocco sovietico, della lotta che i valsusini portano avanti contro il TAV e così via, fino a quando la temperatura cala rapidamente, costringendoci a salutarci e rifugiarci sotto calde coperte di lana.

Tutto è calmo e limpido. Una sottile foschia copre leggermente l’orizzonte. Si respira armonia, forse data dalle leggere brezze di vento e dai pesciolini che abitano il lago, profondo e solenne. I panni stesi al sole e le tantissime barche arrugginite ormai ormeggiate sulla riva sassosa, inutilizzate durante i mesi più freddi dell’anno. Il silenzio è rotto solamente dal fievole abbaiare di un cane poco distante. Il quartiere vecchio di Ohrid è così, calmo e tranquillo, conscio di offrire al passante numerosi reperti archeologi e siti turistici degni di essere considerati patrimonio dell’Unesco. Riflettendo sulla “sicurezza” che diffonde questo luogo, vengo avvicinato da Slavo, un bizzarro filosofo dalle grandi mani rosse, desideroso di raccontarmi la storia della città fin dai tempi dell’impero ottomano! Nel viale del centro città, invaso ai lati da colorati cartelloni turistici, rimbomba musica commerciale. Mi accorgo all’ultimo che è emanata da una radio blu con la forma di una macchina, stretta nelle mani da un buffo uomo dagli occhiali altrettanto blu. Sulla via dell’ostello invece sfreccia una macchina scassata con il baule colmo di verza, qualche ceppo è marcio, altri colorati di un bel verde chiaro. Mi ricorda per un momento le automobili sovietiche viste nei viaggi in Armenia, anch’esse piene, ma non di verza, bensì di tondi cocomeri.

Sulla via del ritorno spuntano i molteplici bunker di Tito. Fanno capolino dalla nuda terra come vecchie cupole in pietra, accompagnandoti lungo il pendio che porta a Pogradec, poi a sinistra fino ad Elbasan, la “città più inquinata d’Albania”, con le sue fabbriche abbandonate e le ciminiere ormai spente. Curioso percorrere al contrario il tragitto degli scorsi viaggi! Cogli scene nuove in un ambiente già visto, sempre capace però di far riaffiorare ricordi e sensazioni in un baleno! Arrivati a Durazzo, prima e ultima tappa di questo brevissimo itinerario, l’aiutante del conducente scende al volo dal pulmino in corsa … lo seguo, mi lancia lo zaino e con un balzo e senza manco tanti complimenti risale sul mezzo sfrecciando via con i rari passeggeri rimasti a bordo. Pochi metri più in là, sorpresa!! Un uomo dagli stretti baffetti neri porge noccioline e mandorle al suo orso domestico seduto davanti a lui. È legato con una specie di guinzaglio metallico, ma non ha l’aria nè la voglia di muoversi o di accennare la minima azione che non sia masticare. Un orso al guinzaglio. Chi l’avrebbe mai detto. Compro il biglietto per il ritorno in nave quando dalla catasta di autobus e pulmini spunta un bambino sdentato di circa sette anni. Chiede gentilmente 1 euro per lui e la mamma. Prendo i pochi spiccioli che ho in tasca e li appoggio sulla sua mano. A seguito del lungo tintinnio il bambino avrà pensato di essersi imbattuto in chissà quale ricchezza. Purtroppo è una vana illusione, solo tante monete da 20 centesimi lasciate cadere assieme. Come ricompensa però il bambino mi abbraccia stretto e se ne va quindi dalla mamma che lo aspetta seduta su un muretto in cemento armato pochi metri più in là. Il mio ritorno a casa è ormai alle porte.

Verso mezzanotte esco sul pontile della nave per fare due passi. Tutto tace, tutti dormono. Sento solo il rumore delle onde e dei motori. Il vento gelido fa svolazzare le pagine del block notes. Il firmamento, composto questa sera da tantissime e brillanti stelle, pleiadi e costellazioni più che mai visibili, è offuscato leggermente dal denso fumo spruzzato dalla ciminiera della nave. Non guasta. Gli elementi rimangono lì, immutabili e grandiosi come solo la natura sa offrire. Tutto è buio intorno. Alle 6.00 intravedo un’alba spenta caratterizzata da nuvoloni bassi e solo superficialmente sfumati di rosso, colore tipico che contraddistingue questo genere di eventi. Poche ore dopo non c’è più un solo punto di riferimento nello spazio! Solo acqua e fitta nebbia. Esuli navi mercantili rompono la monotonia del paesaggio come spettri, ricordandomi per un momento i paurosi velieri dei pirati che immaginavo da bambino. Poi è il turno di qualche peschereccio, poi una striscia di scogli, container ed infine il porto. L’altra riva. Tre anatre sorvolano l’acqua per un centinaio di metri, per poi essere mangiate dalla nebbia che avanza.  Ancona. Un nuovo viaggio appena terminato. Un viaggio carico di conclusioni mai del tutto concluse … per fortuna!! Così va. 

Il reportage è a cura di da Matthias Canapini. Matthias si occupa di reportages foto-giornalistici muovendosi come inviato di Noi Mondo TV, freelance e collaborando con ONG locali e internazionali. Ha finora viaggiato nei Balcani,Turchia e Caucaso per documentare svariate tematiche, dalle proteste in Bulgaria alle adozioni in Kosovo, dal ricordo del genocidio di Srebrenica alle linee ferroviarie in Albania. Durante i suoi ultimi viaggi è entrato due volte  in Siria per documentare le condizioni dei campi per sfollati siti a pochi km dal confine.      

Contatti: FB o canapini.matthias@gmail.com

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