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CON “FINIS TERRAE” VA IN SCENA IL DRAMMA DELLA MIGRAZIONE

19 luglio 2014
finisterrae

Sono stati i migranti e le loro storie a calcare giovedì sera, in anteprima assoluta, il palcoscenico di Piazza Duomo a San Miniato (Toscana). Con lo spettacolo teatrale “Finis Terrae”, nato da un’idea di Antonio Calenda che ne firma la regia, e scritto da Gianni Clementi, il teatro ha prestato ancora una volta la sua arte e linguaggio all’impegno civile e politico per scandagliare e far riflettere sulle contraddizioni di una società incapace di compatire, nel senso più nobile del termine, e di aiutare l’altro.

La scena non lascia nulla all’immaginazione e si apre con forza dirompente su una spiaggia battuta da una burrasca la notte di Natale. Ed è qui che un barcone semidistrutto approda con grande difficoltà e libera un terribile carico di persone con le loro storie, le loro povertà, i loro sogni e le loro speranze.

E’ il destino degli ultimi della terra, perseguitati e forzati alla migrazione, ad essere indagato. Sulle nostre coste però gli ultimi troveranno solo una realtà corrotta dalla superficialità e dalla cultura del benessere e del consumo. Una realtà in cui un uomo vale per quanto possiede e non per ciò che è, e dove nella dilagante indifferenza e nella costante insoddisfazione sta andando perduto il senso della responsabilità e della compassione. Uno spettacolo di denuncia, ma che sa sapientemente alternare toni drammatici e leggeri e che cerca d’interrogare la coscienza di uno spettatore abituato, suo malgrado, ad un’informazione che sciorina numeri…di morti, di barche, di immigrati, di scafisti, di euro da investire, di programmi di accoglienza, perdendo inevitabilmente di vista la dimensione umana: le persone con le loro storie.

Nello spettacolo, accanto a tre attori italiani, sono presenti sul palco nove giovani provenienti dal Senegal, danzatori e musicisti che suonano gli strumenti tradizionali, così da comporre un ensemble di grande impatto.  Finis Terrae andrà poi in tournée nella prossima stagione dopo aver aperto il programma del teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, diretto da Calenda.

Di seguito la scheda dello spettacolo e la sinossi pubblicate nel sito del Teatro Stabile di Catania:

“Lo spettacolo si apre su una spiaggia battuta da una burrasca: è la notte di Natale, e Cabrieli e Peppe hanno scelto proprio quel luogo sperduto per incontrarsi. Sono due personaggi gretti e piccoli, delinquenti di bassa lega, contrabbandano sigarette per un’organizzazione criminale e proprio per ritirare un notevole carico sono in attesa su quella spiaggia. Aspettano l’imbarcazione fra il timore di non vederla approdare per il maltempo e l’ansia di essere colti in flagrante da qualche motovedetta. Ciononostante hanno modo di dialogare, e sebbene appartengano alla zona “fortunata” del mondo, si rivelano due infelici. Sconfitti dalla vita, Cabrieli più utopista, poetico, mantiene una propria morale, Peppe più pragmatico appare deluso da tutto, dai suoi stessi figli, che fanno del “possesso delle cose” l’unica motivazione per l’esistenza…

Improvvisamente notano sulla spiaggia un giovane di colore privo di sensi: lo soccorrono e provano a parlargli. Il ragazzo riesce a esprimersi soltanto attraverso il canto, e racconta la dura realtà dell’Africa e il suo sogno di diventare un calciatore di successo e portare la sua sposa in una terra dove ci sia acqua e ci sia pane.
Il racconto si spezza con l’apparizione di un barcone semidistrutto che approda con grande difficoltà e libera un terribile carico di persone. Diversi uomini di colore, extracomunitari, una donna incinta e un negriero senza scrupoli, che anche in quella situazione di paura e sofferenza continua a frustarli e a tenerli prigionieri.

Mentre i naufraghi cercano riparo, Peppe e Cabrieli li osservano nascosti: una “sinfonia di sconfitti”, tormentati, battuti, affamati come in un girone dantesco. Ma nonostante le loro disperate condizioni, inaspettatamente riescono a ribellarsi e catturano il negriero, di cui vorrebbero vendicarsi giustiziandolo ferocemente.
Il moderno Caronte invoca l’aiuto dei contrabbandieri, i migranti allora trovano la forza di parlare a propria volta e dire le loro storie e ciò che hanno subito. Lo fanno in una scena di grande coinvolgimento, di espressione musicale, totale. Un momento forse finalmente di pietà o almeno di conoscenza indotto da canti e racconti, intessuti della nostalgia per ciò che hanno lasciato al di là del mare, di paura e speranza per ciò che troveranno, di rabbia verso i luoghi comuni che gli occidentali attribuiscono loro, loro che invece hanno storie diverse, di intellettuali o di povera gente, ma accomunati dalla disperazione, dal terrore della guerra e dalla fame. Una fame atavica, che nessun altro lì ha mai dovuto conoscere.

Fra tutti, un pathos straordinario ha il racconto della donna, lacerata negli affetti più profondi, offesa nella dignità, violata eppure portatrice ancora, nonostante tutto, di vita. E mentre ormai il supplizio del negriero sembra inevitabile, è proprio lei a creare un attimo di sospensione. Si piega dal dolore, grida: sta partorendo. Dimenticando le differenze e i rancori, Cabrieli, Peppe e gli altri uomini si prodigano per aiutarla a far nascere il bimbo: un neonato di colore, frutto di una violenza brutale ma bello, e sereno.
Un simbolo che sembra richiamare ciascuno di loro all’appartenenza al genere umano. Un miracolo che avviene davanti ad un presepe vivente moderno e poverissimo e che evoca l’unica possibilità che ci rimane: l’amore per gli uomini”.

FONTI:

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