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Comunità Gezi Park

REPORTAGE: ANKARA 20 febbraio 2014
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REPORTAGE

a cura di Matthias Canapini 

Per sei giorni le proteste degli studenti turchi contro il governo di Erdogan hanno occupato le prime pagine dei giornali, poi…il nulla. Al mio arrivo trovo intere città ancora in fermento: scioperi, forum, iniziative,riunioni. 

-Il giorno precedente al mio arrivo in Turchia la città di Istanbul è stata nuovamente teatro di scontri tra polizia e manifestanti. Alla dogana mi avevano avvertito di stare lontano dalle “cosiddette” zone a rischio, ma una volta sul posto non ho resistito alla curiosità (o incoscienza?)e sotto una pioggia battente mi sono diretto all’ormai celebre piazza Taksim. Lontano un centinaio di metri emergeva come un’insolita macchia verde il Gezi Park, simbolo delle proteste scoppiate nel paese circa un mese fa. Il parco era vuoto, intatto. Il lato sinistro della piazza completamente circondato da transenne della polizia. All’interno dell’area recintata c’erano parcheggiati due autoblindati, un toma ed una ventina di poliziotti assonnati che passavano il tempo come potevano(giocare a carte era l’azione più quotata credo). La serata fortunatamente è stata tranquilla, priva di tensione. Non c’erano neppure gli studenti che da circa due settimana presidiano il parco giorno e notte dormendo nei sacco a peli. Un venditore ambulante e due ragazzini col pallone sono stati gli unici personaggi a comparire sulla scena nell’arco di 15 minuti. Tutto il resto era silenzio, rotto a tratti dal rumore della pioggia o dal suono di qualche clacson in lontananza. Sapendo che la situazione era più incerta, ma avendo buoni contatti, nella notte ho deciso di partire immediatamente per Ankara, fulcro di proteste, dibattiti e riunioni. Sei ore di viaggio puntando sempre più a sud.

Arrivare in città ed ascoltare le testimonianze dei manifestanti è stato come una liberazione. Dopo aver passato un mese seguendo gli avvenimenti dal computer di casa, non aspettavo altro che toccare di mano le loro storie e capire le vere ragioni che hanno dato vita alle proteste. Il piano governativo di radere al suolo Gezi Park è stato semplicemente la scintilla definitiva che ha fatto traboccare il malcontento generale, dando vita a focolai di resistenza in circa 67 città turche. Le cause reali sono da vedere nella politica del presidente Erdogan. Una politica autoritaria, mirata sempre più alla graduale islamizzazione del paese. Molti cittadini temono questo cambiamento, paragonando l’ideologia fondamentalista in atto con quella presente nel vicino Iran. L’eventuale islamizzazione non è fortemente criticata per intolleranza religiosa sia chiaro, ma perché i cittadini turchi credono che un principio basilare della costituzione stipulata da Ataturk nel 1923, sia il laicismo. Cosi facendo il presidente Erdogan e la sua schiera di politici sta limitando la libertà di pensiero ed espressione del popolo, distaccandosi dagli ideali nazionalisti che contraddistinguono da sempre la Turchia.

“Lavoro come hostess presso una compagnia di voli interni da 15 anni, ed ora vedo all’improvviso che le eventuali decisioni governative potrebbero cambiare anche i più piccoli assetti del mio lavoro. Non più gonne sopra le ginocchia o divise a maniche corte per esempio” mi racconta una ragazza sui 35 anni. Una prof.ssa di francese risiedente ad Ankara invece contesta la posizione dell’Islam all’interno delle aule scolastiche. “Si è sempre insegnato liberamente senza problemi, ora coi referendum scolastici sull’integrare o no lo studio dell’Islam, o far indossare il velo alle bambine rischiamo di creare controversie non volute e limitare l’integrazione infantile. Nessuno qui è contro i musulmani e l’Islam, ci sono tantissime moschee in città, ma il punto è che non si può calpestare il laicismo con una politica da regime”. Dopo Gezi Park si è diffusa in tutta la Turchia il sostegno alla libertà di pensiero, alla solidarietà ed alla democrazia.

Nel pomeriggio incontro Niccolò e Silvia, due ragazzi italiani che studiano ad Ankara. Mi spiegano ciò che accadeva abitualmente durante le proteste dei primi giorni. “Il 31 maggio sono iniziate le manifestazioni di massa. Studenti, operai, professori di età differente si sono riversate per strada “armati” di pentole,cucchiai, bonghi e cartelloni. Volevano offrire sostegno ai manifestanti di Istanbul” racconta Niccolò. “La situazione poi è peggiorata e la polizia ha represso nel sangue questi assembramenti, sgomberando presidi ed arrestando studenti. Fortunatamente l’esercito è ancora presente nella vita politica delle persone. Ho visto militari fornire mascherine antigas ai manifestanti ed aiutare i dispersi”.

Le forze dell’ordine(se cosi si possono chiamare) hanno iniziato a sparare lacrimogeni ad altezza uomo, spruzzare liquido urticante contro le persone, arrestare studenti, anziani, donne, giornalisti e medici che prestavano soccorso ai manifestanti. I toma che sparavano acqua pressurizzata nelle hall degli alberghi, la città blindata, la metro chiusa ed i centri commerciali cosi come gli altri esercizi, bloccati per diversi giorni. Ascoltando le storie di chi c’era, ripenso alle immagini viste in tv, dove se andava bene occupavano(come tutte le notizie realmente importanti)un servizio di 2 minuti o un trafiletto post-trasmissione. Silvia continua il discorso precedentemente iniziato, spiegando il tutto per mezzo di un’ aneddoto accaduto pochi giorni dopo l’inizio delle manifestazioni. “Eravamo seduti nelle scalinate di un locale, io ed altre 5 persone. Non c’erano raggruppamenti né ragazzi con bandiere o cartelloni. Semplicemente una normalissima atmosfera serale. Non capendo come e perché, dall’alto gettano un lacrimogeno … ci alziamo e corriamo dentro il locale fortunatamente ancora aperto. Rimaniamo chiusi all’interno fino all’una di notte. La polizia per strada. Sentivamo urla, spari, alla tv le notizie dei primi due morti”.  Guardandola penso alla paura, quel misto di adrenalina e terrore che ti blocca sul posto lasciandoti frastornato.

Faccio due passi per assimilare il tutto. Percorro distrattamente le vie larghe e strette di Ankara. Bandiere turche con stampato il mezzobusto di Ataturk, non riesco a contarle talmente tante. Appese sugli alberi, nei balconi, nei tettucci della macchine. Dopo i giorni violenti da poco conclusi, la città ha ripreso le sue normali abitudini. I ragazzi si incontrano per gli aperitivi, i supermercati vengono assediati dalle casalinghe ed i bambini si alzano e vanno a giocare nel parco. Ma la voglia di un cambiamento è sempre presente. La popolazione ci crede. Crede nei diritti di un popolo contro un governo autoritario, in grado di manifestarsi solo con la violenza della sua polizia e l’arroganza del proprio partito. I piccolo negozi sono sempre stati aperti durante le manifestazioni. I proprietari pronti ad aiutare con acqua e spray(utile ad alleviare gli effetti del lacrimogeno)chiunque ne avesse avuto bisogno. I più anziani seguivano gli avvenimenti alla tv, e quando qualche ragazzo piombava dentro il negozio per avere informazioni o aiuti, spesso gli veniva regalato del cibo o qualche birra. Penso che le basi per un mondo migliore si possano vedere in queste piccole azioni. Piccole ma grandi azioni come organizzare catene umane e raccogliere la spazzatura dopo ogni scontro con la polizia. Azioni in grado di unire, stringere veri rapporti umani e sentirsi parte di un qualcosa. Solidarietà.

Her jer Lice her jer direnis! Ogni posto è Lice ogni posto è resistenza …urlano a gran voce i manifestanti durante la proteste sempre più rare quanto importanti. La voglia di cambiare si avverte anche qui, ascoltando queste parole. Abbandonare i canoni nazionalisti e lasciar spazio all’integrazione. Ultimamente molti curdi scendono per strada assieme ai ragazzi turchi. Si uniscono, si abbracciano e gridano contro Erdogan, l’Europa, il mondo intero. Per un paese chiuso, conservatore e nazionalista come la Turchia, a mio parere annettere questi slogan è un grandissimo passo avanti a livello umano. Un passo che mette da parte il razzismo scardinando confini geografici e sociali. Inizialmente la parola Lice era Istanbul o Ankara. Nessuno avrebbe mai pensato ad un tale cambiamento. Cosi grande da poter collocare il nome di una città curda all’interno di uno slogan popolare turco. Ideali e volontà. Unione di religioni e modi di pensare. Guardo questa massa uniforme e mi sento fortunato di essere qui e raccontarlo a chiunque creda ancora che le persone si siano arrese alle logiche malate della società. Giorno dopo giorno i sassi non vengono più lanciati. Le vetrine non sono più prese a calci. Le auto non vengono ribaltate per creare barricate. Le persone si sono fermate. Alla violenza della polizia molti hanno risposto con cartelloni ironici o con il lancio di mazzetti di garofano. La protesta sta diventando sempre più una vera e propria resistenza pacifica e passiva. Qualche tempo fa un uomo è rimasto in piedi in mezzo a piazza Taksim per 7 ore. Fissava la bandiera di Ataturk appesa nella parete di un imponente edificio. La polizia davanti, a circa 300 metri. DURAN ADAM (l’uomo in piedi) cosi lo hanno chiamato, facendolo diventare un’ulteriore simbolo della resistenza. Un giorno lui, da solo… poi le persone hanno incominciato giornalmente ad incontrarsi nella piazza. Prima in quattro, poi in otto, cinquanta, cento…poi i sindacati, i comitati, i sindaci dei piccoli comuni e cosi via…piazze gremite di persone che fissano una bandiera. Forse il coraggio passivo di un popolo è più forte di una manganellata?!

La sera stessa mi dirigo a Kugulu Park, luogo di ritrovo per forum e dibattiti. Alcuni ragazzi dormono con coperte e materassi nel piccolo presidio posto nell’angolo sud del parchetto. Ogni giorno una nutrita percentuale di cittadini(dai 10 agli 80 anni) si ritrova alle 20.00 in punto all’interno del parco, nella collina vicino allo stagno dei cigni. Dei pennuti animali nessuna traccia, evacuati durante gli scontri per “eccessiva quantità di lacrimogeno inalato”. Il buio lentamente cala. Dalla penombra degli alberi sbucano a gruppetti i partecipanti al forum. Anziani, studenti, ragazzini. Tira molto vento. Le persone si fanno vicine. Qualcuno tira fuori dalla borsa delle coperte(portate previdentemente da casa)e le offrono a chi sente più freddo. Qualche anziano o giovane passa ogni tanto con un vassoio di dolci fatti a mano, invitando i presenti ad assaggiarli. Un ragazzo prende parola al microfono e racconta delle recenti proteste pacifiche organizzate altrove. Si parla della percentuale di voto al governo, della situazione economica, della tolleranza tra cristiani, atei e musulmani, per poi continuare con la libertà di espressione e di culto. Non si tocca quasi mai il discorso “disordini”, come a dar priorità a quelle piccole cose che vengono tralasciate ogni giorno ma che sono di fondamentale importanza se si vuole un futuro diverso da ciò che è stato il passato. L’atmosfera è commovente. Incarna semplicemente una dimensione, un luogo di ritrovo per confrontarsi, rispettarsi ed aiutarsi reciprocamente. Non c’è traccia polemica nelle parole, nessuno ribatte, si ascolta in silenzio. La cosa bellissima a cui ho assistito è che se si è d’accordo col discorso o la tematica affrontata, si alzano e si scuotono le mani. Se non si è d’accordo si incrociano gli avambracci e si aspetta il proprio turno per prendere parola. Queste sono le semplici regole del forum…utili per interagire ma anche per non disturbare le altre persone presenti nel parco con applausi o grida di approvazione. Nel finale prende parola un bambino di 10 anni, suscitando la gioia bambinesca di ognuno. Poi è il turno di un anziano che si complimenta coi giovani , affermando che la loro generazione è colma di speranza ed è il continuo delle lotte che egli stesso organizzava negli anni 70′. L’ultima nota interessante della serata è stato l’intervento di un ragazzo. “Ricordiamoci che non siamo da nessuna parte politica, siamo dalla parte dei martiri, coloro che in queste proteste hanno perso la vita, lasciandoci il dovere di continuare a credere nel cambiamento”. Lentamente per l’orario ed il freddo il pubblico inizia a sciamare, ci si alza e si torna verso le proprie abitazioni. Appuntamento per il giorno dopo, alle 20.00 naturalmente. Tornando a casa noto un signore sul lato della strada che si ferma, si alza in punta di piedi e bacia una bandiera della Turchia…

Qualcuno aveva anticipato che il 20′ anniversario del massacro di Sivas( 33 Aleviti uccisi per mano di Sunniti il 2 luglio 1993 durante la festa di Pir Sultan Abdal )sarebbe stato un giorno particolare propenso probabilmente a sfociare nella violenza. Mi avevano anche anticipato di non dare nell’occhio. Sopratutto come straniero potevo essere fermato ed identificato. Il rischio c’era, ma non potevo non vedere… trascrivo qui gli appunti presi al momento.

“Sento slogan popolari correre tra i vicoli e le strade di Ankara. Mi avvicino. Ad occhio conto circa 300 manifestanti. La polizia sicuramente sarà sei volte tanto. Il centro città è completamente transennato e blindato. Solo in una via ho contato nove autoblindati. I toma presenti portano ancora gli sfregi ed i danni della guerriglia. I venditori ambulanti da veri mercanti turchi non perdono tempo e cercano instancabilmente di vendere mascherine antigas, bandiere e spray. I negozianti escono per strada, applaudono ed incoraggiano i manifestanti”.

Prima ancora che il corteo raggiungesse il luogo stabilito per manifestare, vengo fermato senza motivo da due poliziotti. Mi hanno chiesto di mostrare il passaporto ed hanno incominciato a pormi numerose domande. Ho dovuto mostrargli le foto scattate, poi hanno detto di cancellarle e se non volevo avere problemi legali(arresto ecc)…non farmi vedere nei dintorni ed andare a casa. Mentre mi parlavano ero più preoccupato di non poter scattare foto al corteo che avanzava. Infatti mi hanno tenuto fermo 30 minuti impedendomi di seguire la manifestazione. Col mio passaporto nelle loro tasche mi era difficile avventurarmi, cosi mi sono limitato ad osservare. Osservavo i poliziotti presenti. Molti miei coetanei, altri appena diciottenni. Giovani. Imbracciavano mitragliette e fucili spara lacrimogeni carichi. Indossavano divise antisommossa, le quali li facevano assomigliare a tanti robots. Cambiava il contesto, ma per qualche minuto mi è sembrato di essere in Valsusa, talmente le dinamiche si assomigliano. Una bambina di circa 2 anni si stacca dalla mamma e incomincia a giocare con alcuni poliziotti posti nelle retrovie. Loro gli sorridono e gli strizzano le guance. Mi chiedo perché questa umanità, questi gesti devono andare persi sotto il comando dei potenti. Mi chiedo perché la maggior parte di questi ragazzi non si sforza di prendere coscienza della realtà. Purtroppo fatico a trovare una soluzione…fatico perché questi ragazzi sono gli stessi che hanno picchiato persone inermi, gli stessi che hanno reso ciechi diversi manifestanti sparando lacrimogeni in viso. Sono gli stessi che hanno stuprato le ragazze arrestate e sono gli stessi che continuano ad obbedire …

La giornata si è conclusa senza scontri né disordini di alcun tipo. Spero che la situazione non degeneri nuovamente in futuro, evitando ulteriori violenze e scontri. Mi allontano dall’area verso l’una di notte. Dormo un paio di ore e sono nuovamente in viaggio. Mentre vi scrivo il pulmino diretto in Kosovo sfreccia veloce tra gli altopiani turco-bulgari. Con la mente focalizzata verso ciò che mi aspetta, ma col cuore ancora ad Ankara, guardo distrattamente fuori dal finestrino e penso …

Matthias si occupa di reportages foto-giornalistici muovendosi come freelance e collaborando con ONG locali e internazionali. Ha finora viaggiato nei Balcani,Turchia e Caucaso per documentare svariate tematiche, dalle proteste in Bulgaria alle adozioni in Kosovo, dal ricordo del genocidio di Srebrenica alle linee ferroviarie in Albania . Passando per la memoria del Vajont e la resistenza della Valsusa. Durante i suoi ultimi viaggi è entrato due volte  in Siria per documentare le condizioni dei campi per sfollati siti a pochi km dal confine.      

Contatti: FB o canapini.matthias@gmail.com

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