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REPORTAGE: TIRANA 25 gennaio 2014
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REPORTAGE

a cura di Matthias Canapini

Un viaggio nel tempo seguendo vecchi binari arrugginiti. Da Nord a Sud fino ai confini estremi del paese.

-Ho viaggiato in Albania da nord a sud, da est ad ovest, tagliandola a zig-zag seguendo dei vecchi binari arrugginiti. Già un anno fa l’Albania mi aveva colpito anche per questo. Treni vecchissimi che attraversano le campagne sconfinate, mentre la maggior parte della popolazione sfreccia su strade asfaltate a bordo di automobili. Dicono che il progresso sia anche questo. La ferrovia qui arrivò molto tardi, quasi un secolo dopo rispetto alla maggior parte dei paesi europei. La costruzione dei binari iniziò durante il periodo comunista, ma il paese rimase isolato dal resto d’Europa per molti anni. L’unico collegamento diretto era col Montenegro, utile per trasportare materie prime e minerali fino al confine con l’ex Unione Sovietica(URSS). Nel 1986 la ferrovia si collegò col resto della Jugoslavia e una decina di anni dopo, la rete fu ampliata fino a Pogradec(confine con la Macedonia). Oggi si contano 447 km per le linee principali e 230 km per quelle secondarie. Fin dall’inizio mi hanno sconsigliato di usare i treni per spostarmi all’interno dell’Albania. Rotti, lenti e sporchi. L’estate scorsa ho voluto dare un’occhiata e da quel momento mi sono promesso di tornarci tanto era bella l’atmosfera…

Cosi eccomi qui, a raccontarvi questa storia, che, seppur appena passata sembra quasi possedere i tratti di una vecchia leggenda. Il primo treno che da nord scende fino a Tirana, lo si prende a Skhodra verso le 5.30 del mattino. Prima di salire chiedo qualche informazione ad un paio di ferrovieri seduti sui binari. Da quel che capisco la risposta è: “non possiamo dire che il trasporto non funzioni, ma i treni sono un disastro, prendiamo 100 euro per lavorare qui. Sembra una contraddizione ben studiata. Salgo e constato che tutti avevano ragione. I treni sono scrostati, cigolanti, privi della corrente elettrica. I vetri rotti, le cuccette malmesse…si notano pure numerosi fori di proiettile sulla fiancata. Parte con 20 minuti di ritardo, giusto il tempo di spostare quattro mucche che pascolavano ingenuamente sui binari. Scricchiola, oscilla a destra, poi a sinistra, si snoda e finalmente parte. Mi ricorda il bruco-mela del luna park, quando da bambino ci salivo per pochi cent. Il treno và, lasciando le portiere spalancate sbattere ritmicamente al vento. Il paesaggio è bellissimo. A sinistra verdi colline, a destra campi di grano appena tagliato brillano al sole. Dopo una fermata iniziano a salire i primi passeggeri, in gran parte contadini coi loro ortaggi e qualche gallina fin troppo vivace. Salgono donne anziane con vestiti tipici. Mi guardano curiose. Hanno il viso segnato dal tempo, il quale le rende apparentemente sagge e misteriose. Si mettono a lavorare con gli uncinetti, fabbricando accessori colorati da rivendere al mercato di Tirana. Rimango incantato dall’atmosfera, e invece di pensare o scrivere qualcosa, mi guardo attorno cercando inutilmente di afferrare frammenti di conversazioni. Sembra che per quel giorno la novità del viaggio sia stato io. Ogni tanto faceva capolino qualcuno e mi chiedeva da dove venivo. Immagino che da quelle parti sia abbastanza raro vedere un turista viaggiare in treno. Ma ripeto, oltre ad essere estremamente affascinante è anche economico sapendo che un viaggio di 4 ore e mezza lo paghi 60 cent. L’arrivo a Tirana è un pentolone di colori, suoni e sensazioni. Scendi tra il vapore del treno e ti è quasi impossibile definire l’ambiente. Quando il vapore si dirada le urla si placano, capisci che la stazione è posta attaccata al mercato cittadino e tutti i passeggeri si accalcano per riuscire a vendere al più presto qualche prodotto. Vedi ortaggi volare, galline sgozzate e vendute al momento, conigli audaci scappare dalle gabbie. Sembra spropositato ma vivendo certe scene viene quasi da piangere, perché è come avere nostalgia di un’epoca mai vista, vivere attimi autentici e semplici in un mondo sempre più omologato e piatto. Questo mondo con cui sono entrato in relazione è come se ti donasse una traccia di passato ormai estinto, a cui io mi attacco con tutta la mia speranza e fantasia… Il viaggio continua verso Durazzo, poi Elbasan, ogni spostamento racchiude la sua immagine stampata nel ricordo. Viaggiando in treno vedi anche le abitudini sottoposte ad un cambiamento generazionale e antropologico. Strano vedere contadini dagli abiti tradizionali, accompagnati dai figli con maglie alla moda o con mocassini lucenti. Le nuove generazioni che sebbene cresciute in un contesto contadino, sono nati nell’era virtuale e sottoposti costantemente a rigide scelte di mercato. Ad Elbasan, la nota di un vecchio ferroviere avvilito mi ha fatto pensare. Senza attendere un mio cenno mi ha detto che ho sbagliato ad andare lì, non c’è niente in Albania, fa tutto schifo mentre l’Italia è il primo posto al mondo. Vorrebbe vivere lì il vecchio ferroviere. Ciò mi fa pensare alle pubblicità subdole che l’Italia trasmette all’estero. Come durante l’esodo albanese nel 1991, quando molti albanesi vennero in Italia si, per scappare dal comunismo, ma anche perché molti canali italiani inculcavano l’idea di un paese benestante, pulito e con molti posti d’impiego accessibili per chiunque. Forse andava “bene” al tempo, ma mi chiedo se in qualche modo la storia continui?! Lascio Elbasan alle 6.00 del mattino…un bambino si scalda poco distante con un fuocherello improvvisato. Tre cavalli vanno al galoppo verso una casa diroccata. Rifiuti si alzano in cielo trasportati dal vento. Ha un che di malinconico la scena. La ferrovia continua, il viaggio no. Terzo guasto al motore da quando sono in viaggio. Ero stato avvertito. Il mio coinquilino di cabina mi spiega che ci è andata bene. Spesso qualcuno ruba pezzi di binari per rivenderli al mercato nero di qualche paesino sperduto. Dopo un paio di ore il treno rincomincia a cigolare, segno che qualcosa si sta azionando. Infatti in meno che non si dica siamo di nuovo in viaggio, raggiungendo una dopo l’altra alcune cittadine dal nome impensabile. Ad ogni stazione sopra le nostre teste, impiantati in cima alle colline, immensi schermi pubblicitari mostrano a tutti il loro marchio: Vodafone, Mc Donalds, Coca Cola. Tradizione e crescita ancora una volta a confronto. Anche se, senza entrare in contesti estranei al viaggio, sarebbe più opportuno chiamare decrescita uno sviluppo basato sullo sfruttamento umano ed ambientale. Si punta nuovamente verso la costa ovest, verso Vlore. Ogni volta che mi addormento sembrano passare ore. Il treno con la sua pacata lentezza(60 km h.) ti culla, rendendo eterno un viaggio di qualche ora. Il paesaggio cambia radicalmente avvicinandosi alla costa. Le zone limitrofe sono costellate da boschi di pini…sembra che non vi abiti nessuno…

L’ultimo tratto, ahimè, è da percorrere a bordo di un pulmino. La ferrovia a sud termina a Vlore. Cosi decido, per pochi Lek, di ritagliare l’Albania a metà. Direzione: Korce, ultima frontiera albanese. Attraversiamo campagne sterminate. Numerosi in questa zona,i bunker ormai dimenticati di Tito. Le strade sterrate e piene di buche rendono il viaggio abbastanza lento. Si viaggia stretti, il bagagliaio nel retro non è sufficiente a contenere tutte le valigie dei passeggeri, cosi proviamo a incastrarle un po’ ovunque. Ad ogni buca sobbalziamo, qualche bagaglio messo male rotola nello stretto corridoio del pulmino…in sottofondo buona musica tradizionale. Fuori dai finestrini si stagliano siti rurali dove fatichi a scorgere presenza umana, se non qualche contadino col suo gregge, perso nell’immensità dello spazio. Arrivare a Korce è un brutto colpo, sopratutto se ci arrivi lentamente. Sempre più velocemente si costruiscono palazzi, qui, ma come in tutta l’Albania. Molte persone incontrate credono che tra 2-3 anni ci saranno più palazzi che campi. Né sono contenti dicono, perché finalmente potranno considerare il paese all’avanguardia. Ma io non credo che il valore di una nazione si misuri dalla sua rincorsa al capitalismo o all’industrializzazione. Credo che una nazione siano le persone, con i loro sentimenti e storie che sopravvivono ogni giorno. Per questo la cosa mi rende triste. Soprattutto quando vedi palazzi in costruzione fare ombra alle umili case di contadini. Palazzi che, visto il tenore di vita della popolazione, forse non vedrà inquilini prima di qualche anno. Ma comunque si continua a dar forma a questi giganteschi mostri di cemento.

Sento di essermi legato profondamente a questo viaggio. Vorrei tornare indietro e ringraziare di persona tutti quei bambini che mi hanno salutato, tutti quegli anziani che, sapendo due parole soltanto in italiano si sono sforzati di farmi capire la situazione e mi hanno stretto la mano. Vorrei ringraziarli per avermi fatto sentire a mio agio in quel momento…mi lascio indietro tutto ciò, sapendo che in quei semplici gesti, nella semplicità nel porsi ad uno sconosciuto, è celata un’umanità forte, in grado di capirsi malgrado le differenze linguistiche, religiose o culturali. Nient’altro che grazie…faleminder…

Matthias si occupa di reportages foto-giornalistici muovendosi come freelance e collaborando con ONG locali e internazionali. Ha finora viaggiato nei Balcani,Turchia e Caucaso per documentare svariate tematiche, dalle proteste in Bulgaria alle adozioni in Kosovo, dal ricordo del genocidio di Srebrenica alle linee ferroviarie in Albania . Passando per la memoria del Vajont e la resistenza della Valsusa. Durante i suoi ultimi viaggi è entrato due volte  in Siria per documentare le condizioni dei campi per sfollati siti a pochi km dal confine.      

Contatti: FB o canapini.matthias@gmail.com

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