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#ALLARMISMONOGRAZIE: MEDICI SENZA FRONTIERE LANCIA UN NUOVO APPELLO

8 settembre 2014
malattie

L’organizzazione umanitaria Medici Senza Frontiere, impegnata in prima linea nella lotta all’Ebola e ad altre malattie che stanno travolgendo l’Africa occidentale ed altri paesi, ha diramato in questi giorni un comunicato per opporsi all’allarmismo che la stampa e certi media stanno creando sulla possibilità che in Italia possano riniziare a circolare malattie come l’ebola e la TBC a causa dell’arrivo di migranti dall’Africa. Servono fatti, non ipotesi e paura.

Prima è stata la volta del virus Ebola e dei numerosi articoli sul rischio contagio nel nostro paese. Poi è stato il turno della TBC con annunci di agenti infettati e alcuni perfino “contagiati a metà“. Infine è stato il turno del web dove tra blog e social si sono moltiplicate le voci più inquietanti sul ritorno della TBC.

Nei primi mesi del 2014  - si legge nel comunicato di Medici Senza Frontiere firmato da Stefano Di Carlo, Capo Missione – abbiamo effettuato, insieme all’Azienda Sanitaria Provinciale di Pozzallo, il primo screening sanitario per circa 12.000 persone appena sbarcate. Sono generalmente giovani, in buono stato di salute. La quasi totalità delle malattie diagnosticate all’arrivo è legata alle difficili condizioni di vita e del viaggio che devono affrontare: infezioni dermatologiche, dolori articolari, piccole ferite, debilitazione generale e così via. La maggior parte di loro viene da paesi in guerra, come la Siria e la Somalia, o da paesi in cui vengono perseguitati, come l’Eritrea.

È del tutto falso che le persone arrivano sulle coste italiane e girano liberamente per il paese senza alcun controllo sanitario. Vediamo il Ministero della Salute eseguire screening sanitari ogni giorno. Noi stessi forniamo screening supplementari a Pozzallo e Augusta, due dei principali siti di sbarchi in Italia.

Purtroppo, al contrario di quanto affermato in questi giorni da note figure politiche, la Tubercolosi è una malattia presente in Italia da decenni, non è stata recentemente importata dagli stranieri. Nell’ultimo cinquantennio (1955-2008), il numero annuale di casi di Tbc, registrati dal sistema di notifica nazionale, è diminuito da 12.247 a 4.418. Non si parla quindi di un riemergere della malattia.

Per di più le persone positive al test cutaneo alla tubercolina (Mantoux) non sono contagiose. Solo il 10% di chi acquisisce l’infezione sviluppa in seguito la malattia tubercolare, diventando potenzialmente contagioso per altri. La Tbc non si trasmette con una stretta di mano, prendendo lo stesso autobus o frequentando gli stessi spazi pubblici.

Per quanto riguarda l’Ebola, non è mai stato diagnosticato un caso di Ebola in Italia. L’approdo di questa malattia con i migranti che sbarcano sulle coste siciliane è più che remoto. Il virus Ebola è molto letale e nella maggior parte dei casi provoca malattia sintomatica e poi morte nell’arco di pochi giorni dall’infezione. Questo vanifica la possibilità che una persona infettata si avventuri verso l’Europa in un viaggio che generalmente dura diversi mesi. E questo è anche un tempo troppo lungo perché una febbre emorragica virale possa “sopravvivere” fino ad arrivare a noi.

Le équipe di MSF in Africa Occidentale hanno trattato oltre 2/3 di tutti i casi registrati ufficialmente. La presidente internazionale di MSF ha parlato ieri di fronte alle Nazioni Unite ammonendo che la politica restrittiva del chiudere le frontiere è il peggior approccio possibile e sta costando molte vite umane. Misure coercitive come le quarantene forzate stanno portando le persone a nascondere i malati, allontanandoli  dal sistema sanitario. Queste misure sono servite solo ad alimentare la paura e l’instabilità, più che ad arginare la malattia.

L’emergenza Ebola resta prioritariamente in Guinea, Sierra Leone e Liberia, dove troppe persone stanno morendo ogni giorno. L’attenzione di MSF resta focalizzata nel salvare vite dove l’epidemia è ora in corso. Ci sono lacune critiche in tutti gli aspetti della risposta all’epidemia in questi paesi e ci deve essere una massiccia mobilitazione di risorse, se vogliamo contenerla e assicurarci che più vite siano salvate. Allarmismi e paure non sono decisamente una soluzione, serviranno solo a peggiorare le cose.

Invece di promuovere la chiusura delle frontiere in Italia o alzare ancora più in alto le barricate, occorre sottolineare l’importanza di investire nel sistema di accoglienza, perché uno standard di qualità del servizio è cruciale nel determinare l’evoluzione dello stato fisico e mentale di queste persone. Se dunque un reale rischio per la salute pubblica della popolazione italiana esiste, esso è rappresentato dall’esclusione sociale e dal mancato rispetto dei diritti minimi di accoglienza.

Oltre alle attività medico umanitarie in Sicilia, MSF lavora in 66 paesi del mondo, offrendo assistenza alle popolazioni colpite da disastri naturali, crisi umanitarie e conflitti, come Siria, Gaza, Repubblica Centrafricana, Sud Sudan. La realtà che ogni giorno vediamo è che chi fugge dalla guerra e dalla persecuzione ha bisogno di protezione, non di paura e ignoranza strumentali.”.

Ci è parso rimarchevole che le informazioni e i dati forniti nel comunicato provengano da coloro che sono in prima linea a combattere queste malattie e che giorno dopo giorno hanno modo di verificare direttamente sul campo cosa accade. E se c’è qualcosa che può diventare virale e contagioso (ma in questo caso anche far un gran bene al prossimo), è proprio l’appello che MSF oggi decide di lanciare: #allarmismonograzie!!!

FONTE: www.medicisenzafrontiere.it

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